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FESTA DELLA DONNA/ Il destino di una "rivoluzione" benedetta dall'industria dell'aborto

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Proprio per questi motivi, mettere, oggi, la “questione femminile” al centro del discorso pubblico assume significati profondamente differenti da quelli che potevano scaturire come ovvi fino a poco tempo fa. E sostanzialmente, al netto di ogni retorica del passato e di ogni provocazione odierna, la “questione femminile” rimanda a due processi decisivi nello sviluppo della società. 

Innanzitutto, perché rimanda ad un cammino di emancipazione che rappresenta indubbiamente uno dei più potenti e significativi lasciti del 900. Un processo di mutamento sociale di carattere epocale che non ha eguali nella storia dell’umanità e che ancora oggi non può certo dirsi compiuto, basti pensare, solo per fare due esempi, al rapporto dolorosissimo tra maternità e lavoro che è tornato prepotentemente alla luce per le giovani donne o alla piaga degradante della violenza sulle donne. In secondo luogo, perché pone l’attenzione su un aspetto simbolico-ideologico che ha caratterizzato tutta la società occidentale a partire, grossomodo, dagli anni Sessanta e che potrebbe essere riassunto, usando le parole di Lucetta Scaraffia, nel “mito dell’autorealizzazione egoistica e della rivoluzione sessuale” che “ha ingannato tanti uomini e donne”. Un aspetto che ha portato, progressivamente, una parte del movimento femminista, secondo l’interpretazione di Mary Ann Glendon, a “stringere un accordo faustiano con l’industria dell’aborto, con organizzazioni omosessuali e con gruppi che promuovono il controllo delle nascite”.

Le parole dell’ex ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede acquisiscono un significato particolare perché rimandano immediatamente alla sfida lanciata, ormai da anni, da un nuovo femminismo. Un neofemminismo che si propone di superare “un’idea dell’emancipazione femminile intesa come liberazione della donna dal proprio destino biologico, cioè come negazione della maternità” per riconoscere, invece, “i diritti umani delle donne in un percorso che sappia valorizzare la specificità femminile”. 

Risiede in questa complessità e anche in questa divaricazione tra prospettive culturali differenti che la “questione femminile” assume, oggi, una centralità decisiva. Una centralità che, in futuro, sarà misurata, sempre più, sulle capacità di non omologazione che le donne saranno capaci di mettere in campo. Ovvero, come è stato scritto, nella valorizzazione dell’“uguaglianza nella differenza”.



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