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LETTURE/ L'incredibile pretesa della "fede" atea di Severino

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Ne è un esempio il recente volume intitolato “Capitalismo senza futuro”, uscito da Rizzoli. Volume che riprende un precedente, sul medesimo argomento, dal titolo “Il declino del capitalismo”, uscito, sempre da Rizzoli, nel 1993.

La tesi è presto detta: “la globalizzazione tecnica è destinata a sostituire la globalizzazione economica”. “Destinata”, che lo si voglia o no. Per l’inversione mezzo-fine: la tecnica, cioè, da mezzo di moltiplicazione della potenza economica del capitalismo, si è trasformata in fine, assorbendo ogni altra forma di sapere, di credo, di convinzione, di azione. Ogni altra.

La tecnica sarebbe cosí diventata la religione dominante il mondo attuale, ma destinata, prima o poi, ad un ennesimo superamento. Verso il non-ancora. Nuove aurore, cioè, si imporranno, in vista − ecco la folgorazione severiniana − di un’aurora finale, cioè la Gioia della non-follia, la percezione dell’eternità di ogni cosa.

Severino, però, offre solo analisi, ma “non dà consigli, non dice ai popoli che cosa devono fare, ma mostra che cosa i popoli sono destinati a volere”. Severino, cioè, non offre un’etica. Si limita a dire che siamo destinati. La nostra libertà sarebbe una pia illusione.

Ma è proprio vero, potremmo chiederci, che la tecnica ha soggiogato tutto e tutti, su tutto il pianeta? Si tratta di una tesi che, nel corso del 900, ha avuto molta fortuna. La novità di Severino è che si tratta del destino dell’intero Occidente. Come se l’Occidente fosse un unico percorso, e l’Oriente una mera variante secondaria di questo percorso.

Dire, poi, “tecnica” implica il richiamo ad una sorta di Apparato planetario, incarnazione globale del nostro vivere umano, e suo progressivo depotenziamento, in termini di valore e di dignità. Perché anche l’uomo, come ogni cosa, sarebbe ridotto a mero strumento, funzionale all’assoluto potenziamento dell’Apparato stesso, il vero governo del Pianeta. Un Apparato tecnico-scientifico che, imponendosi, creerebbe al tempo stesso, secondo una modalità dialettica già analizzata da Hegel e da Marx, le condizioni del suo inveramento, del suo superamento.

L’idea moderna, ad esempio, di Stato, assente nel pensiero antico, non è altro che un modo di essere di questo Apparato. Che tutto decide, controlla, pensa. Lasciando agli individui solo l’illusione di una libertà su concessione: tutto ciò che non è permesso è vietato. Se la vita è mera soddisfazione dei bisogni, solo lo Stato può produrre piena soddisfazione, cioè felicità nella solidarietà. Come il Leviatano.

Le persone non sono fini, in questo quadro, ma solo mezzi. Perché contano il clan, le caste, le corporazioni, le chiese laiche o religiose.



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