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LETTURE/ "Zia Motja": la crisi della Russia ha un finale aperto

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Maja Kucerskaja (Immagine d'archivio)  Maja Kucerskaja (Immagine d'archivio)

Ma al tempo stesso l’autrice vuole andare oltre, e nel romanzo cerca di porre queste questioni così importanti nei loro termini reali: dov’è finita la capacità di amare mentre tutti hanno tanto desiderio di essere amati? Perché si fa così fatica a vivere assieme? Le risposte di Kučerskaja tengono volutamente un profilo basso, come a dire che non è tempo di prediche morali, i drammi oggi si consumano tra videogiochi ed sms: “Si era sentita l’eroina di Anna Karenina e invece… si trattava solo di un banale romanzo d’appendice… una volgare imitazione”.

Tuttavia, se zia Motja è lontana dai modelli dell’eroina classica, non è però lontana dalla vita, tant’è vero che molte lettrici hanno scritto di essersi viste ritratte nel romanzo; persino qualche uomo ha ammesso di non aver mai visto la questione coniugale in questa luce. Insomma, il pubblico russo legge Kučerskaja perché lì dentro trova qualcosa di sé, senza retorica, insegnamenti morali o manifesti ideologici. Ci si ritrova come in uno specchio. Questo è un fenomeno interessante in un panorama letterario dominato dal disimpegno, e smonta all’origine i pregiudizi dei critici che guardano con sospetto la fede religiosa dell’autrice. In realtà la sua posizione è di un’ammirevole equilibrio rispetto ai cliché dominanti, sia ortodossi che laici.

Il pregio maggiore di Kučerskaja è proprio quello di non cedere alla tentazione di offrire soluzioni certe, dogmatiche, ma di riconoscere diritto di esistenza alla mentalità comune, di cui però sottolinea i bisogni profondi e lo smarrimento. Anche i richiami dell’amica ortodossa della protagonista, dove si mischiano eterne verità cristiane e moralismi volontaristici, vengono passati al vaglio per vedere se “tengono” davanti alla vita, perché, sembra dire l’autrice, non c’è niente di più inutile del vago spiritualismo miracolistico. In un’intervista del 2008 aveva detto: “Quando vedo scritto su una targa: ‘Avvocato ortodosso’, o ‘Medico ortodosso’, mi viene voglia di girare sui tacchi e andare a cercare un buon medico e un buon avvocato. Se poi sarà anche ortodosso tanto meglio. Per gli scrittori vale lo stesso”. 

È un giudizio severo, che però lascia intendere come per lei la fede non debba mai andare disgiunta dalla ragione, e questa è una posizione molto netta.

Infine, a cosa approda questa storia coniugale? In un finale aperto che non è la tipica catarsi consolatoria, la protagonista riacquista il contatto con la realtà (di sé, del marito, dell’amante) e riprende una strada che non è la fuga e nemmeno la nuda volontà di sacrificio, ma l’accoglienza commossa del dono di un nuovo bimbo.



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