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THATCHER/ Martiri o terroristi? L'Ira, la Chiesa e la Lady di ferro

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Margaret Thatcher (InfoPhoto)  Margaret Thatcher (InfoPhoto)

Infine, con “Maggie” già al governo, era stato intrapreso dai prigionieri il gesto più drammatico e radicale, lo sciopero della fame, una prima volta nell’ottobre del 1980 a Long Kesh, e poi con Bobby Sands, la seconda volta, dal 1° marzo 1981 (sarebbe morto per primo il 5 maggio successivo), per concludersi solo nell’agosto dello stesso anno dopo che altri nove repubblicani si erano spenti per fame.

Quest’ultima fase del confronto vide i prigionieri dell’Ira e la Thatcher confrontarsi duramente sull’oggetto del contendere, ovvero la concessione da parte del governo delle cosiddette “five demands”, rivendicazioni attraverso le quali i paramilitari chiedevano in sostanza di essere riconosciuti come soldati di un esercito coinvolto in una guerra civile e non alla stregua di delinquenti comuni, seppur di stampo terroristico. E proprio per tali implicazioni, la donna primo ministro non volle mai cedere alle richieste, lasciando così che una decina di scioperanti si lasciassero morire. 

In questa drammatica vicenda anche le istituzioni ecclesiali del paese furono chiamate in causa, spesso loro malgrado. Per quanto riguardava gli scioperanti, ho già avuto modo di ricordare (a partire da I cristiani d’Irlanda e la guerra civile del 2006), come l’appartenenza cattolica rappresentasse nell’ideologia repubblicana, più che un valore religioso, un segno identitario: la partecipazione degli “hunger strikers” di Maze alla messa domenicale fu in effetti per loro prevalentemente l’occasione per serrare le fila, mentre le autorità carcerarie cercavano di sfruttare l’occasione delle celebrazioni eucaristiche per indurli a desistere dal digiuno.

D’altro canto, nel perdurante clima di duro confronto, con la Thatcher che rimaneva ferma sulle sue posizioni intransigenti, agli occhi dei nazionalisti acquistò crescente importanza proprio la posizione della Chiesa cattolica, dalla quale si auspicava si potesse ottenere un appoggio morale e ufficiale. Di contro, i prigionieri in sciopero avvertirono ben presto la propensione negativa della gerarchia ecclesiastica, giudicandola poi come un tradimento della comunità, operato in virtù dei presunti interessi intrattenuti proprio con il governo di Londra.

In una sua dichiarazione collettiva l’episcopato cattolico irlandese aveva infatti voluto collocare gli scioperanti nel quadro della lotta armata piuttosto che nella battaglia per i diritti umani, suscitando le critiche del sacerdote dissidente Des Wilson, il quale aveva manifestato simpatie per il movimento repubblicano già a partire dell’eccidio di Ballimurphy nel 1971. Wilson attaccò altresì direttamente il primo ministro Thatcher, la quale a suo avviso sembrava tesa a raggiungere una soluzione «cromwelliana», ovvero del tutto intransigente, della protesta negli “H-Blocks”  e, in generale, nella questione nordirlandese. Pure il neoeletto arcivescovo anglicano di Armagh John Armstrong si era a sua volta allineato alla condanna cattolica degli scioperanti, considerandone senza mezzi termini l’azione come una strategia volta a suscitare «una deliberata escalation di violenza»: essi, a suo giudizio, avrebbero dovuto ritirarsi dal loro proposito, mentre ai governi dei due stati irlandesi era richiesto di confermare la linea di intransigenza nei confronti dei loro tentativi di «coercizione». Anche questa posizione risultava del tutto compatibile con la strategia repressiva intrapresa dalle autorità inglesi e in particolare dalla Thatcher, e collaborava d’altro canto a rafforzarne l’immagine di nemica numero uno della campagna repubblicana.



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