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THATCHER/ Martiri o terroristi? L'Ira, la Chiesa e la Lady di ferro

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Margaret Thatcher (InfoPhoto)  Margaret Thatcher (InfoPhoto)

In seguito, fu proprio la Chiesa cattolica a discostarsi dalla lettura criminologica della lotta dell’Ira, abbracciata dalla Thatcher, che la voleva ridurre ad un’“ordinaria”, per quanto drammatica, piaga delinquenziale. L’arcivescovo Cahal B. Daly, nel suo intervento “Ministering the Peace of Christ in a divided Community”, rivolgendosi ai protestanti nella Abbey Presbiterian Church di Dublino, l’8 giugno 1983 avrebbe ammesso, pur con una certa prudenza, che «la violenza paramilitare è in parte un’espressione, una non scusabile, immorale e irrazionale espressione della collera e della protesta contro condizioni di vita degradanti per le persone» .

Emergeva qui una crescente posizione critica della Chiesa nei confronti dell’amministrazione Thatcher sul Northern Ireland. Daly rivolse esplicitamente un’esortazione al primo ministro, secondo cui il suo recente successo diplomatico in Zimbabwe si sarebbe dovuto leggere come un promettente invito a operare in via risolutiva anche nella questione nordirlandese, onde trovare un giusto accordo tra le parti in causa. Un punto di vista che peraltro già Giovanni Paolo II nella sua visita nell’“Isola di Smeraldo” del 1979 aveva prefigurato, in particolare nello storico discorso di Drogheda, pronunciando una celebre condanna della violenza e un elogio della giustizia come condizione essenziale alla pace: intervento che sarebbe poi stato citato a più riprese dai successivi documenti firmati dal beato Karol Woityla in virtù della sua incisività. 

Padre Des Wilson avrebbe in seguito sostenuto, senza mezzi termini: «nessun governo, credo, può sopportare tali crudeltà come il governo della Thatcher ha mostrato in quei giorni» (Memories, Hunger Strike Commemoration Committee, 2001). Ma anche mons. Daly, nel ricordato intervento di Dublino, notò ironicamente che la stessa Thatcher, all’atto del suo insediamento a Westminster, aveva intonato la preghiera di San Francesco di Assisi per la pace. Se, pertanto, anche il mondo cattolico si era mostrato progressivamente critico rispetto alla linea d’intransigenza del primo ministro britannico, si può ben comprendere come l’Ira da parte sua, sin dai drammatici giorni dell’“hunger strike” l’avesse considera come la principale nemica, l’obiettivo numero uno da eliminare.  

E se è vero che la “Iron Lady”, il giorno stesso del più grave attentato subito da un primo ministro britannico nell’epoca contemporanea, si volle mostrare in piedi, e non intimorita dalla minaccia repubblicana davanti ai suoi, non si può non osservare come, solo l’anno successivo –  e precisamente il 15 novembre 1985 –, lei stessa avrebbe firmato presso il castello di Hillsborough congiuntamente al Taoiseach della Repubblica d’Irlanda Garret FitzGerald, quell’Anglo-Irish Agreement che viene oggi considerato storiograficamente come il punto di partenza del peace process in Irlanda del Nord. 

E, a un tempo, non si può comunque non riconoscere il particolare significato delle parole commemorative espresse dall’attuale inquilino di Downing Street, David Cameron – il premier conservatore che, va qui ricordato, ha fatto per primo pubblica e ufficiale ammenda nella House of Commons per le responsabilità esclusive della British Army durante la Bloody Sunday di Derry del 1972 –, per il quale in ultima analisi Margareth Thatcher è stata “un primo ministro patriota”. 



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