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DIBATTITO/ Perché gli "indicatori" della felicità falliscono?

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Gustavo Zagrebelsky (InfoPhoto)  Gustavo Zagrebelsky (InfoPhoto)

Per questo, il possesso o la produzione delle idee è un quantificatore sbagliato quanto quelli materialisti e lascia lo stesso gusto di pura curiosità, a meno che non lasci il gusto della superiorità degli intellettuali sul popolo che non può elevarsi all’altezza di piaceri eterei. In realtà, anche dal punto di vista cognitivo, dire che le idee sono “nostre” è una presunzione. Il linguaggio comune esprime l’esperienza della creatività dicendo che ci è “venuta un’idea”. Infatti, noi facciamo parte di una rete di relazioni ed esperienze dotate di significato e non è un caso che una certa idea sia “nell’aria” prima che il suo cosiddetto “autore” la scopra o la esprima. Certo, c’è un autore, ma il suo ruolo si limita ad accettare (assentire a) e riformulare ciò che riceve. Una cosa del tutto nuova del resto, sarebbe semplicemente incomprensibile. 

Tolkien esprimeva questo legame intrinseco che dà forma alla nostra creatività dicendo che noi siamo “sub-creatori”: riceviamo la realtà e i suoi significati e possiamo accettarli o rifiutarli, modificarli o lasciarli inalterati ma mai produrli dal nulla, che sarebbe il solo vero “possesso” quantificabile. Un possesso che, anche quando si fissi su idee elevate, rimane cieco sulla condizione allo stesso tempo fragile e feconda – e feconda perché fragile –  della mente umana. Una presunzione che ironicamente Shakespeare sferzava:

[…] uomo orgoglioso, ammantato di breve autorità
sommamente ignorante di ciò che, invece, è più sicuro:
la sua essenza di vetro
[…]

(Misura per Misura)



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