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SOCCI/ "Lettera a mia figlia": non ci appartiene neppure il dolore che viviamo

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Michelangelo, Pietà Rondanini (Immagine d'archivio)  Michelangelo, Pietà Rondanini (Immagine d'archivio)

«Non conta quanti malati guarisci» diceva Madre Teresa di Calcutta «ma la testimonianza che dai: vedono che c’è qualcuno che si prende cura di loro ed è questo che conta». Abbiamo tutti bisogno di testimoni e di testimonianze per sostenere la nostra speranza. Una di queste è quella che offre Antonio Socci nei due libri che ha scritto sulla vicenda che ha coinvolto la figlia Caterina raccontata nel primo libro omonimo e ora, di nuovo, nel secondo Lettera a mia figlia (Rizzoli, 2013). La sua esperienza è stata di conforto e aiuto per molti come raccontano le numerose lettere che gli sono pervenute. Eccone una tra le tante: «Con il tuo primo libro ho capito che anche gli eventi dolorosi hanno senso, fanno parte di un disegno divino non contro l’uomo, ma per il riscatto dell’uomo stesso, che l’amore può vincere il dolore, che come Cristo si è fatto inchiodare sulla croce per amore nostro e per salvarci, così noi dobbiamo avere la forza e il coraggio di portare la nostra croce, con la fede e la speranza che tutto non sarà vano».

La vita è come un mare da attraversare. Già Platone usava questa immagine nel Fedone e spiegava che il mare va attraversato come su una zattera. Nel Commento al vangelo di Giovanni Sant’Agostino spiega che «nessuno può attraversare il mare di questa vita se non è trasportato dalla croce di Cristo». E ancora risponde a chi cerca la strada e la via: «Ascolta il Signore […]. Ti dice: “Io sono la via […]. Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita […]. La via stessa è venuta a te e ti ha scosso dal sonno». 

Perse le sicurezze umane, i suoi progetti e i suoi tempi, «come gli antichi pellegrini», Socci si è messo in «cammino. Questa santa insecuritas, questa precarietà è diventata un altro grande passo per la conversione. Ed è un tesoro da conservare gelosamente», perché «fa toccare con mano il sempre nuovo soccorso della grazia». Diceva Madre Teresa di Calcutta: «Il vero amore deve sempre far male. Deve essere doloroso amare qualcuno, doloroso lasciare qualcuno. Potreste dover morire per lui. Quando ci si sposa si rinuncia a ogni cosa per amarsi reciprocamente. La madre che dà la vita a suo figlio soffre molto. Solo allora si ama sinceramente». Da quando il cuore di Caterina si è fermato e poi ha ripreso a battere, «la paura più grande era che il recupero di Caterina si fermasse. E ancora una volta il vero nome dell’amore e della fede era la pazienza. La pazienza è l’abbandono confidente a Lui, ai suoi tempi: il tempo delle nostre conversioni. Come se in quei lunghi giorni e in quelle interminabili notti il Signore volesse plasmare» il cuore di tutti coloro che amavano e stavano con Caterina.



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