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TANTARDINI/ Amati per primi: quella "simpatia" tra don Giacomo e il card. Bergoglio

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Don Giacomo Tantardini, sacerdote ambrosiano ma romano di elezione, è morto il 19 aprile dell'anno scorso. Quel che più mi ha legato, e ancora mi lega a lui, è quell’amore a Gesù che ha manifestato in tanti modi. Anzitutto nella preghiera, perseverante, come raccomanda il Signore nel Vangelo, che condividevo quando a Padova si andava insieme a pregare presso le reliquie di sant’Antonio. E quella preghiera eminente che è la messa, “la preghiera di Gesù” come ripeteva spesso. Era bello guardarlo innalzare l’ostia alla consacrazione con occhi rapiti e sorridenti. Un amore a Gesù e alla Sua Chiesa, per la quale don Giacomo ha consumato tutte le sue energie fisiche e spirituali, soprattutto attraverso la rivista 30giorni nella Chiesa e nel mondo, della quale era il cuore pulsante. E che, sotto l’accorta e intelligente direzione del senatore Giulio Andreotti (suo amico personale), è diventata negli anni voce autorevole nella cristianità. Insomma un sacerdote come sconosciuto, eppure notissimo, per parafrasare quanto scrive san Paolo nella seconda lettera ai Corinti.

Così non meraviglia che a questo ignoto sacerdote fosse concessa l’aula magna dell’Università di Padova per tenere dei cicli di lezioni su Sant’Agostino, che negli anni hanno attirato migliaia di giovani e adulti. Né meraviglia che a introdurre un volume tratto da queste lezioni (Il tempo della Chiesa secondo Agostino, Città Nuova) sia stato l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco. Una scelta non casuale quella di chiedere al cardinale argentino quell’introduzione, dal momento che tra i due c’era grande amicizia, fondata sull’amore di Gesù.

Nella prefazione, il cardinale Bergoglio accenna all’attualità di Agostino. Ed era proprio questa attualità che interessava a don Giacomo, che non era un teologo né un patrologo; e precisamente l’attualità del De Civitate Dei, l’opera che Agostino scrisse mentre, con il crollo dell’impero romano, un mondo finiva e iniziava un tempo di transizione e, allo stesso tempo, la Chiesa era sconvolta dall’eresia pelagiana. Un momento analogo a quello in cui don Giacomo ha riscoperto Agostino: crollato il Muro di Berlino, iniziava quella transizione verso un nuovo equilibrio mondiale che ancora oggi stenta a trovarsi. E nella Chiesa, secondo quanto ripeteva don Giacomo riprendendo Charles Péguy (altro autore a lui caro), era diffuso quell’errore della “mistica cristiana” che, eliminando la carne e il tempo all’accadere della grazia, provocava uno snaturamento della fede. Da qui un arretramento del cristianesimo senza precedenti nella storia: quella scristianizzazione che è ormai sotto gli occhi di tutti; un mondo “senza Gesù, dopo Gesù”, per citare ancora il poeta francese.

Tornare ad Agostino, quindi, non tanto per incontrare un Padre della Chiesa, pure amato, di un tempo remoto, quanto per riscoprire e riproporre l’essenziale del cristianesimo, per tornare a parlare della grazia del Signore che sola interessa la Città di Dio («Senza la grazia non possiamo nulla», ha ripetuto due volte papa Francesco al Regina Caeli del lunedì dell’Angelo); e rende la Chiesa interessante per la Città degli uomini («Se non confessiamo la nostra fede in Gesù Cristo diventeremo una ong pietosa», così Francesco nella sua prima messa da Papa). 



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