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GIORNALI/ I cattolici e la trappola della (finta) laicità di "Repubblica"

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Ezio Mauro (InfoPhoto)  Ezio Mauro (InfoPhoto)

Chi non ci crede e reputa che il crederci implichi l’affermazione di una posizione intollerante, lo dica apertamente e non pretenda di addomesticare la cosa: nessuno, infatti, è obbligato a credere che Cristo sia il salvatore dell’uomo, ma nessuno (nemmeno Mauro) può obbligare il cristianesimo a non dire quello che vuole essere davvero. 

Mauro vorrebbe che il cristianesimo diventi un qualcosa che va bene fino a un certo punto, cioè fin tanto che resta affare di coscienza privata. Ma Mauro sa cos’è la coscienza? Me lo chiedo solo perché vorrei capire le sue parole quando, in chiusura dell’intervento, ha detto che, nel caso di coscienza avanzato dalla Chiesa in occasione della vicenda di Eluana Englaro, non era chiaro il confine tra la coscienza e un comando proveniente dall’esterno. 

Nel 1874 il Primo ministro inglese Gladstone accusava i cattolici inglesi di non poter essere sudditi fedeli della Corona britannica, in quanto soggetti all’autorità di un capo di Stato estero (il Papa). Non dico che Mauro si voglia (e si possa) mettere sulle orme di Gladstone, ma mi sembra utile solo far risaltare una differenza: Gladstone aveva il dente avvelenato contro i vescovi irlandesi che pochi mesi prima gli avevano fatto perdere le elezioni, mentre Mauro pare ce l’abbia con (testuale) «gli anni ruiniani della Cei».

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COMMENTI
18/04/2013 - ma... (Pesenti Andrea)

Mi sembra un articolo fuori luogo. Ero all'incontro e ho visto in Ezio Mauro un interlocutore voglioso di confrontarsi (per quanto esponente del relativismo), questo articolo non rende giustizia, pur io tenendomi sempre lontano dal leggere Repubblica. Chissà come mai Scola gli ha risposto colpito e interessato, pur nettamente (senza dirgli che aveva ragione ovviamente), invece questo articolo è polemico?