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STORIA/ Benedetto e Francesco, costruttori in mezzo alle rovine

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Il monastero di Subiaco (Immagine d'archivio)  Il monastero di Subiaco (Immagine d'archivio)

Intorno all’anno 529, presi con sé alcuni monaci fedeli, Benedetto scende per la valle del Sacco fino a Frosinone e di lì per la via Latina raggiunge Cassino. Ed è qui che finalmente si esprime al meglio il suo carisma, nel fervore dei lavori intorno al nuovo monastero, in un cantiere fatto di mura, lavoro, preghiera, cultura; il tutto guidato dalla sua discreta e saggia autorevolezza. A questo punto egli “scrisse infatti anche una regola per i monaci, regola caratterizzata da una singolare discrezione ed esposta in chiarissima forma. Veramente se qualcuno vuol conoscere a fondo i costumi e la vita del santo, può scoprire nell’insegnamento della regola tutti i documenti del suo magistero, perché quest’uomo di Dio certamente non diede nessun insegnamento, senza averlo prima realizzato lui stesso nella sua vita” (Gregorio Magno, Dialoghi, II). Per offrire un breve esempio sul valore del celebre testo normativo, scelgo solo alcuni passi che mi sembrano particolarmente emblematici (anche rispetto al tema delle affinità con Francesco): “L’abate non anteponga un monaco proveniente da un ceto elevato a uno di umili origini” (II,18). “[L’autorità spetti all’abate] ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore” (III,3). “Non anteporre nulla all'amore di Cristo”  (IV,21). “Né [il monaco] pensi di avere nulla di proprio, assolutamente nulla, né un libro, né un quaderno o un foglio di carta e neppure una matita (…) ‘Tutto sia comune a tutti’, come dice la Scrittura” (XXXIII,3-6).

Non mi sembra invece opportuno soffermarsi in questa sede su questioni filologiche relative all’anteriorità o meno della regola benedettina rispetto ad altre regole monastiche, già circolanti in occidente (prima fra tutte la cosiddetta Regula Magistri). Sta di fatto che nessuno storico, pur con le dovute sfumature e precisazioni, metterebbe in dubbio che Benedetto da Norcia possa essere considerato il “Padre” del monachesimo occidentale; molti pure concordano nel considerarlo un baluardo della “Romanità” e una radice della costituenda Europa. Tale egli divenne non tanto e non solo per una genialità organizzativa ma – come ricordava il citato passo di Gregorio Magno − per l’eccezionale testimonianza della sua vita, che possiamo definire “santità”, con la speranza che il termine non evochi concetti astratti o spiritualistici: il santo è “un uomo vero”, che sa, tra l’altro, leggere i segni dei suoi tempi. E infatti a Benedetto si rivolgono molti uomini e donne, attirati da lui, dalla sua persona. Fra questi anche il re dei Goti, Totila, che ci ricorda quanto intorno a Montecassino continuassero guerre, violenze e devastazioni. Eppure in una società così decadente, il monachesimo benedettino diventa un seme di ricostruzione e Montecassino “rinasce” a Bobbio, a Farfa, a Corbie, a San Gallo, a Reichenau, a Westmister e a Malmesbury… Ben oltre le intenzioni del fondatore, l’ordine benedettino si diffonde cioè nello spazio e nel tempo.



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