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LETTURE/ Rilke, l'inquetudine e l'attesa dell'eterno

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Sintetizzare in breve i molteplici nuclei poetici, gli innumerevoli temi o anche solo gli interrogativi posti dalle Duinesi potrebbe rivelarsi operazione riduttiva. Basti qui dire che il poeta riflette soprattutto intorno all’uomo, la cui consapevolezza d’esser destinato a scomparire lo rende inquieto e inappagato. A differenza dall’angelo (simbolo di quanto giammai perisce) e dell’animale che – incosciente rispetto alla fine che lo attende – vive in modo assai più naturale e spontaneo, noi uomini siamo sempre tesi/presi rispetto a un altrove che non ci permette di vivere appieno il qui e ora del presente.

A tutta prima, sembra quasi per Rilke non vi sia modo di sanare la nostra perenne insoddisfazione/inquietudine. Gli angeli, queste figure che alludono all’ambito metafisico, sono così lontani e altri da noi. L’amore pare all’inizio promettere pienezza e beatitudine agli amanti, ma è durevole? Per Rilke l’eros è semmai ambito abissale: un’inquietante energia caotica destabilizzatrice, che vanamente noi tentiamo di imbrigliare attraverso vincoli sentimentali/coniugali. Il mondo civilizzato poi – denuncia il poeta – è un teatro di apparenze ed inautenticità. Appena nell’età infantile, quando eravamo lieti di ciò che perdura e stavamo lì/ nell’interstizio fra mondo e giocatolo, vi era spontanea naturalezza che recava in sé il miracolo di una gioia profonda; ma l’infanzia ha breve corso e sin troppo presto il bambino estatico si fa adulto cinico. Neppure gli artisti erranti più eccentrici, gli acrobati: questi un po’/ più fuggitivi di noi stessi realizzano davvero l’opera d’arte per antonomasia costituita dal dimorare quietamente/semplicemente nell’hic et nunc.

Potrebbe farlo tuttavia ogni uomo, se solo si rendesse conto di quanto può esser felice una cosa. Paradossalmente persino una dolorosa; addirittura la morte, che è idea santa della Terra e va accettata e “vissuta” non come negazione dell’esistere ma come sua parte oscura e mistero ineffabile. Arcano cui è dato accostarci non tramite il logos ma attraverso una parola metaforica che ci mostri come non vi sia separazione antitetica, vera contrapposizione fra il declino e l’accrescimento, la nascita e il decesso, la gioia e il dolore. Compito di noi umani allora, per il poeta è, in primis, rendersi conto di come: “Essere qui è meraviglioso” e, in secondo luogo, consiste nella celebrazione di tutte le cose, le quali: “Vogliono che noi le si debba trasformare del tutto nel cuore invisibile/ in – oh, all’infinito – in noi! ”. Non vanno temuti altresì il declino e la perdita perché, nell’ottica rilkiana, nulla davvero viene meno ma tutto solo si trasforma permanendo.



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