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LETTURE/ Rilke, l'inquetudine e l'attesa dell'eterno

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È la lezione mistica della Decima Elegia che, si accennava, non vede la morte come annichilimento definitivo, ma quale transito verso l’“altro rapporto” in un eterno perdurare. Così la stessa concezione di felicità quale possesso o accrescimento può mutar di segno se accogliamo l’idea che essa possa darsi pure nella spoliazione o nel declino, come suggeriscono gli splendidi versi finali delle Duinesi: “Ma se risvegliassero, i morti senza fine, una metafora in noi,/ vedi, forse indicherebbero gli amenti degli spogli/ noccioli, penduli, oppure/ accennerebbero alla pioggia, che cade sulla terra scura in primavera./ E noi, che pensiamo a una felicità in ascesa,/ avvertiremmo la commozione,/ che quasi ci sconcerta/ quando qualcosa di felice cade.



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