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LETTURE/ Rilke, l'inquetudine e l'attesa dell'eterno

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L’inizio della stesura delle Elegie duinesi di Rainer Maria Rilke – avvenuto a Duino (Trieste) durante il gennaio del 1912 nel castello omonimo dell’amica principessa Marie Thurn und Taxis Hohenlohe – segna una felice ripresa rispetto alla profonda crisi creativa che aveva colpito il poeta nel 1910. Nella solitudine invernale di Duino, infatti, Rilke scrive di getto le prime due Elegie, qualche rigo di altre poesie del ciclo, nonché i primi dodici versi di quella che sarà l’Elegia conclusiva: la Decima. Segue quindi una nuova stasi, destinata a perdurare anche causa lo scoppio del primo conflitto mondiale. Solo qualche anno dopo la conclusione della guerra, in Svizzera, presso un altro castello (quello di Muzot) e ancora una volta durante un inverno solitario, nel 1922 si ripete per Rilke il miracolo accaduto un decennio prima: in pochi giorni le Duinesi vengono finalmente riprese e terminate. In una lettera all’amica principessa il poeta esprime la sua gioia estatica per la conclusione dell’opera: “Tutto in pochissimi giorni, fu una tempesta senza nome, un uragano nello spirito (come allora a Duino), tutte quante le mie fibre e i tessuti stridevano, a prender cibo mai fu possibile pensare, sa Dio chi m’ha nutrito”.

Dopo le Elegie Rilke non cessa di scrivere: comporrà un nuovo ciclo poetico in tedesco (I sonetti a Orfeo) e quattro raccolte di poesie in francese. Ma la fine si sta approssimando. Iniziano a manifestarsi i segni dolorosi della malattia (leucemia) che lo porterà a spegnersi – dopo una via crucis di ricoveri in sanatori, riprese e ricadute – nel dicembre del 1926.

Edite ancora nel 1922, le Duinesi non godono all’inizio di grande diffusione e celebrità. Solo a distanza di anni la loro fama verrà a consolidarsi, tanto che a tutt’oggi esse sono considerate da buona parte dei critici l’opera poetica più pregnante in lingua tedesca dell’intero novecento. Un testo non di facile lettura, però, in quanto a tratti criptico e assai difficilmente parafrasabile; per non parlare delle parti in cui l’esoterismo e il carattere speculativo di molte strofe fanno virare la poesia delle Duinesi in discorso filosofico-didascalico, viziato da un’urgenza esplicativa che a tratti induce il verso a eccessi argomentativi, nonché a esiti ridondanti. 

Ma forse proprio tale ambivalenza discorde, questo paradossale alternarsi di espressività magistrale e di (sia pur rare) cadute stilistiche, questa commistione d’intensità ed enfasi è l’inevitabile limite di opere che, come le Duinesi, vogliono porsi quale discorso inteso ad abbracciare microcosmo e macrocosmo, uomo e universo, realtà mondana e oltremondana, trattando di tematiche da far tremar le vene e i polsi: quali l’angoscia e al contempo la felicità di vivere pur nell’orizzonte della finitudine, l’inesausta e mai paga tensione desiderante, la riconsiderazione della morte come mutamento all’interno di un essere che mai viene meno, il significato più sublime della gioia quale accettazione nei confronti dell’esistenza, qualunque cosa essa rechi con sé.



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