BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IDEE/ Zoja: così la paranoia ha infettato la politica

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

InfoPhoto  InfoPhoto

Essa − scrive sempre Zoja − è “un residuo irrazionale delle rivoluzioni positiviste e in parte persino psicoanalitiche. Esaltate dal proprio successo esse hanno voluto vedere e spiegare tutto anche ciò che non si vede”. Dall’eccesso di zelo ne consegue quindi l’attitudine a “non vivere più nell’incertezza, non dover fare più l’atroce sforzo di capire. La macchina semplificatrice della logica paranoica potrà funzionare scorrevolmente: la presenza del nemico spiega tutto”. Quando si ha un antagonista certo il mondo diventi più semplice da capire, diffondendo un pensiero immune da ogni forma di autocritica dal quale scaturisce un nuovo vangelo: “il nemico non deve essere solo ucciso ma anche odiato. Nel mondo esterno si veste di razionalità la nuova pretesa di essere non solo vincitori ma anche giusti”.

Insomma professore, sembra che la paranoia sia molto imparentata con il secolo delle ideologie.
Il secolo scorso è stato quello delle utopie massimaliste, dove si perseguiva l’idea dell’uomo nuovo. Questa è una idea palingenetica nella storia la cui sgradevole tendenza è quella di fermarsi alla “fase uno”, che prevede l’eliminazione di buona parte di quanti vengono considerati uomini vecchi. L’uomo nuovo non arriva mai, ma intanto si fanno orrori e massacri.

Esistono anche utopie minimaliste?
Ad esempio la prospettiva di miglioramento che non sia solo proiettivo, cioè paranoico, ma includa una dimensione psicologica, cioè autocritica; una morale che non si accontenti di attribuire colpe e responsabilità esterne. Vivere senza alcuna utopia, privi di sfondi di un senso globale, preoccupati solo di consumare e riducendo la libertà alla opzione tra la Coca Cola o la Pepsi vuol dire aver perso qualcosa di importante.

Non trova che la propensione a puntare l’indice contro qualcuno sia una delle caratteristiche anche degli ultimi anni?
Una delle cifre del secolo scorso era la contrapposizione tra padroni e lavoratori; a questa propensione si è progressivamente sostituita quella tra vittime e carnefici, altrettanto paranoica. Abbiamo scoperto il  “diritto vittimario” come attitudine a dover sanare sempre qualche ingiustizia. Un suo antecedente si può reperire persino nella Costituzione italiana, dove all’articolo 32 si parla del diritto alla salute, e non di diritto alla migliore terapia possibile. Insomma chi si ammala ha subito un torto sanzionabile dal diritto costituzionale. Io vedo in questo un segno dell’onnipotenza dell’uomo moderno che non proietta più nei cieli e quindi ha introiettato Dio, e la scienza deve dare tutte le risposte, come se non si dovesse più morire. Mi colpisce molto anche il movimento No Tav i cui coscritti giungono a comportarsi quasi da brigatisti, pronti a fare qualsiasi cosa, a dedicare la propria vita a questa battaglia, poco interessati alla realtà dell’ambiente.

Lei ogni tanto collabora con Il Fatto Quotidiano. Cosa pensa della diffusione dell’atteggiamento di indignazione?

 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >