BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Perché Machiavelli non "vide" Erasmo e Thomas More?

Pubblicazione:

InfoPhoto  InfoPhoto

Implicitamente le affermazioni contenute esprimono la convinzione che la storia e le vicende umane sono regolate da leggi fisse, al pari di quel mondo naturale che di lì a un secolo, prima Bacone e poi Galileo, penseranno a investigare. L’uomo, quindi, sotto gli occhi di Machiavelli è sempre lo stesso e sempre si ripete, dall’antica Roma alla Firenze del suo tempo e mai riesce a imparare dai suoi errori. Vi è un nucleo di ineducabilità dell’uomo nella sua visione antropologica che riduce l’individuo a meccanismo prevedibile e calcolabile. In questa ottica meccanicistica lo spazio di libertà del singolo si riduce a ben poco: l’individuo non agisce, ma re-agisce ad uno stimolo che incute paura o terrore sì che di fronte alla minaccia i meccanismi difensivi si attivano – come dice Machiavelli − “per necessità”.

E la sua idea della politica è simmetrica a questa concezione. Come conviene che l’uomo appaia buono o cattivo “secondo la necessità”, così il nocciolo duro della politica, la sua quidditas, appare come un conflitto permanente di forze che il Principe deve saper governare e comporre: sapere equivale a potere.

Il Principe di Machiavelli, il cui mito storico-reale è da lui intravisto in quel Cesare Borgia, detto il Valentino, che per l’efferatezza dei suoi atti molto fece parlare di sé, non insegue un “dover essere” ideale a cui attenersi o a cui ispirarsi. Non vi sono, moralmente parlando, imperativi categorici a cui obbedire, ma solo imperativi ipotetici da osservare scrupolosamente: se succede questo, allora occorre…; ma vale anche l’inverso, e cioè si scommette sui mezzi (occorre) per conseguire massimamente il fine.

Il mondo che egli guarda da un osservatorio privilegiato quale la sua funzione consente è ricco di variabili imprevedibili soggette ai mutamenti della Fortuna che il Principe deve ridurre a semplificazione di forze in gioco tra loro sul proscenio della storia, sempre tenuto conto che la Fortuna (destino) è cieca e il Cielo è stato reso muto da questa visione delle cose risolutamente laica ed immanente. Non c’è dunque ordine o scopo cui il reale debba obbedire, ma conflittualità e divisione (tra classi, tra desideri = gli “omori” degli uomini) che il Principe deve saper governare per mantenere il potere. 

In questo Hegel ravvisa la modernità del Fiorentino, la sua idea dello Stato moderno come Stato-potenza necessario perché, come scrisse dell’Italia imbelle e stremata da egoismi “particulari” nelle sue Considerazioni sulla Costituzione tedesca, non si può curare la cancrena con l’acqua di lavanda”. Dunque ammirazione per quell’italiano che seppe riconoscere che lo Stato-forte ha in sé il proprio fine e la propria ragione e che nulla deve alla religione e alla morale. Non fa mistero Machiavelli, infatti, di essersi lasciato il cristianesimo alle spalle e sempre ha guardato con scetticismo e diffidenza figure come quella del Savonarola bruciato a Firenze pochi giorni prima che il Segretario della Seconda Repubblica assumesse il proprio incarico: quella del grande frate predicatore fu, agli occhi di Machiavelli, grave assenza di realismo e cieco affidamento a idealità velleitarie.



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >