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LETTURE/ Perché Machiavelli non "vide" Erasmo e Thomas More?

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Se il mondo e la storia sono governati da forze, il giudizio sul cristianesimo è di aver predicato la debolezza e la rinuncia e ciò non ha  favorito quella sanità e robustezza d’animo e di corpo che invece occorrono per lottare e conquistare, ad ogni costo, il potere. “Questo modo di vivere [suggerito dal Cristianesimo] adunque pari che abbia renduto il mondo debole e datolo in preda a gli  omini scellerati” e cita con cinismo disincantato “Castruccio Castracani [che] usava di dire  che Dio è amatore degli omini forti, perché si vede sempre che castiga gli impotenti con i potenti…” (Discorsi etc.).

L’asse tradizionale dei valori ha scelto un altro baricentro e se la prudenza ha più valore dell’onestà ciò dipende dal fatto che non la verità, ma l’utile è il criterio di giudizio che, di volta in volta, valorizza lo scopo dell’agire. Assolutizzando la politica e ridotto all’impotenza il motivo etico, non vi è più criterio di giudizio che esca dal cerchio magico-demoniaco che il potere è giudice di se stesso. E in questa ottica è come se lentamente, ma inesorabilmente, si rattrappisse lo spalancamento dell’intelligenza sulla storia. Machiavelli non “vide” Pico della Mirandola con il suo De hominis dignitate né Erasmo da Rotterdam, né Tommaso Moro e il suo sacrificio capace di motivare diversamente la politica.

A parte ciò, il Fiorentino non fu animato da ferocia belluina, non si macchiò personalmente di alcun misfatto e, a suo modo, sedette alla corte degli onesti: fu scrutatore attento di quanto riuscì e volle vedere del suo tempo, svelando il male oscuro che si era soliti nascondere dietro eleganti apparenze e “temprando lo scettro ai regnatori/gli allor ne sfronda, ed alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue”. (U. Foscolo, Dei Sepolcri)

Di pessime condizioni fisiche e intristito per il corso degli eventi che lo videro, anche al ritorno della Repubblica dopo la nuova cacciata dei Medici, solo e in disparte Niccolo Machiavelli morì a Firenze − senza la consolazione della storia che tanto amò − il 20 giugno 1527.

Sorprende dopo cinque secoli, per quella eterogenesi dei fini che sovente accompagna gli eventi della storia, constatare quanto il libero gioco delle forze per conquistare e mantenere il potere di fatto abbia indebolito lo Stato e lo abbia privato della necessaria legittimazione che assicura forza e dignità al Sistema-Paese. La crisi di quest’ultimo, dopo anni feroci di insulto continuo per de-legittimare tutti da parte di tutti, addirittura ha prodotto l’effetto di voler coercitivamente moralizzare la politica per restituirle quello che essa, in quanto tale, dovrebbe possedere.



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