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LETTURE/ Perché Machiavelli non "vide" Erasmo e Thomas More?

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Nel Dicembre del 1513, mentre iniziava a patire il morso dell’esilio nella sua tenuta de “L’Albergaccio” in Val di Pesa, consegnò all’amico Francesco Vettori, ambasciatore di Firenze presso Papa Leone X, lo scritto che lo renderà celebre. Costui s’impegnò a darlo a Lorenzo il Magnifico a cui il breve trattato sul potere politico è dedicato. Ma pare che il Principe mediceo fosse più interessato a giocare con due splendidi levrieri da caccia ricevuti da poco in dono che a dedicarsi alla lettura del Principe. Ironia della sorte per chi avrebbe voluto insegnare a dominare la Fortuna o quantomeno a non averla contro, fingendosi di volta in volta golpe (volpe) o lione (leone). 

Certo è che cinquecento anni fa la politica, da quel posto che occupava nella filosofia classica solitamente riservato all’etica, si vide catapultata in un’altra dimensione che le offrì il presupposto per un nuovo approccio empirico e fenomenico. Da quel momento la politica pretende un suo statuto autonomo, “scientifico”, che per sua natura elude qualsiasi riferimento a ciò che tradizionalmente è considerata la morale: “Molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti ne’ conosciuti esser in vero […] Mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa” (Il Principe, XV). 

Niccolò Machiavelli (1469-1527) non era uno studioso freddo e distaccato degli eventi del suo tempo, non aveva alle spalle l’esperienza di governo dell’amico Francesco Guicciardini al cui atteggiamento riflessivo e disincantato opponeva un temperamento passionale e sanguigno. Segretario della Repubblica fiorentina instaurata a Firenze dopo la cacciata dei Medici, ebbe comunque diversi incarichi anche in campo internazionale presso la corte di Francia e di Germania.

Di questa vita febbrilmente avida di esperienze sapeva liberarsi allorquando, togliendosi di dosso il “fango e il loto” del vivere quotidiano, vestiva i “panni curiali” e dimenticandosi di tutto si sprofondava nella lettura dei suoi classici preferiti, tra i quali Polibio e soprattutto Tito Livio. Ed è proprio leggendo i primi dieci libri della storia di Roma che affiderà le sue riflessioni più profonde ai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. “E si conosce facilmente per chi considera le cose presenti e le cose antiche, come in tutte le città e in tutti i popoli sono quegli medesimi desideri e quegli medesimi omori, e come vi furon sempre. In modo che gli è facil cosa a chi esamina con diligenza le cose passate prevedere in ogni repubblica le future e farsi quegli remedi che dagli antichi sono stati usati, o non ne trovando degli usati, pensando de’ nuovi per la similitudine degli accidenti”. (Discorsi, I, 39)



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