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ORWELL/ Il Grande Fratello ci guarda ancora

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George Orwell (1903-1950) (Immagine d'archivio)  George Orwell (1903-1950) (Immagine d'archivio)

Nell’Inghilterra che ha assistito ai funerali di Margaret Thatcher tra le celebrazioni ufficiali e i festeggiamenti negli slums di Londra, Liverpool e Glasgow da parte di quel che resta della working class a suo tempo massacrata dalla Lady di ferro, sono iniziate le commemorazioni da parte del mondo della cultura dello scrittore George Orwell, celebrazioni che avranno il proprio culmine a giugno, quando cadrà il 110° anniversario della nascita di una delle più singolari figure della cultura britannica del Novecento, secondo per produzione saggistica al solo G.K. Chesterton. 

Orwell tuttavia deve la sua immortalità letteraria a due opere di narrativa, che appartengono peraltro all’ultimo periodo della sua brevissima vita (morì infatti a soli 47 anni): La fattoria degli animali, scritta nel 1945, e 1984 del 1948. Si tratta di due opere appartenenti ad un genere narrativo molto particolare, la letteratura distopica. La distopìa, o antiutopìa, o utopìa negativa, descrive una società indesiderabile sotto tutti i punti di vista. Il termine è stato coniato come opposto di utopia - una parola peraltro inventata quattro secoli prima da st. Thomas More (1478-1535), autore dell’omonima opera di immaginazione fanta-politica - ed è utilizzato per rappresentare una società immaginaria (spesso ambientata in un futuro prossimo) che va incontro a degenerazioni totalitarie, con scenari spesso da incubo e apocalittici. Oltre ad Orwell esponenti di tale filone furono altri inglesi come Abbot con Flatland e Huxley con The Brave New World.  

La letteratura distopica non è un mero esercizio dell’immaginazione: in un uomo come Orwell, dalla particolare sensibilità sociale, l’utopia negativa era il risultato della sua disillusione nei confronti delle ideologie, e allo stesso tempo l’espressione della sua passione per l’uomo. 

Nell’ambito delle celebrazioni in corso, a Orwell viene unanimemente riconosciuto un grande ruolo nella cultura britannica del 900 come opinionista politico e culturale, come uno dei saggisti più diffusamente apprezzati, e anche come il romanziere che realizzò la più riuscita allegoria politica del totalitarismo. Era e rimase sempre un uomo che si ispirava alla tradizione politica inglese di sinistra, e condusse sempre la sua attività letteraria in parallelo con quella di giornalista e attivista politico, ma la presa di coscienza delle contraddizioni e degli errori del comunismo realizzato,  anche in seguito a tragiche esperienze personali, lo indussero a denunciarne i pericoli nella Fattoria degli animali e in 1984.

Orwell tuttavia non può essere ingabbiato in definizioni politiche o ideologiche. Possedeva un senso della tragicità della storia che potrebbe essere definito agostiniano: il genio di Ippona infatti scrive che “la speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio”. Lo sdegno per la realtà delle cose, per il male presente nel mondo degli uomini, e il coraggio per cercare di cambiarle, per fare di tutto per affermare il bene possibile. 



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