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25 APRILE/ Aldo Gastaldi, l'eroe cattolico che "rubò" la Resistenza ai comunisti

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Aldo Gastaldi (1921-1945) (Immagine d'archivio)  Aldo Gastaldi (1921-1945) (Immagine d'archivio)

Già in gennaio le brigate della “Cichero” tendevano nuovamente imboscate annientando colonne di georgiani e turkestani che combattevano in uniforme tedesca. Tanto successo portò a un aumento degli effettivi e, in febbraio 1945 i vertici comunisti decisero lo sdoppiamento della divisione. Una scelta doverosa ma che serviva ad esautorare dal comando proprio “Bisagno”. Le discussioni portarono a un clima sempre più esacerbato e poi quasi allo scontro armato, quando i fedelissimi di “Bisagno” affrontarono i comandanti comunisti ad armi spianate, trattnuti solo dall’intervento moderatore di Gastaldi. “Bisagno” mantenne il comando della “Cichero” ma, da allora in poi, temette per la propria vita, in totale rottura con i responsabili comunisti. Sono di quel tempo alcune lettere che, oggi meritano di essere citate. “Noi non abbiamo un partito, noi non lottiamo per avere un domani un cadreghino, vogliamo bene alle nostre case, vogliamo bene al nostro suolo e non vogliamo che questo sia calpestato dallo straniero, dobbiamo agire nella massima giustizia e liberi da prevenzioni”. Oppure: “Continuerò a gridare ogni qual volta si vogliano fare ingiustizie e griderò contro chiunque, anche se il mio grido dovesse causarmi disgrazie o altro”.

Alla fine della guerra mantenne la parola data e accompagnò a casa gli uomini del “Vestone” per salvarli da eventuali rappresaglie di partigiani sanguinari che, peraltro, avevano spesso impugnato le armi solo a cose fatte. Il 21 maggio, durante il viaggio di ritorno, nei pressi di Desenzano, cadde dal tetto del camion e morì schiacciato dalle ruote del rimorchio. Un episodio assai oscuro, ottimamente descritto da Luciano Garibaldi nel suo I giusti del 25 aprile (Ares). “Bisagno” non aveva ancora 24 anni. Nei decenni successivi la sua figura è stata ora studiata, ora ignorata ma a Genova e in Liguria lo ricordano come uno dei figli più straordinari e la stessa Chiesa genovese lo onora come un esempio vivido di fede e di lotta.  

Fra tante celebrazioni del 25 aprile, varrà, credo, la pena di smettere di essere generici e di ricordare almeno lui perché non venga più dimenticato. Nel 2014 toccherà a qualcun altro e poi ad altri ancora, fino a quando la bellezza della Resistenza tornerà a splendere, libera da revisionismi negativi e da mitizzazioni fantasiose. 

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