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25 APRILE/ Aldo Gastaldi, l'eroe cattolico che "rubò" la Resistenza ai comunisti

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Aldo Gastaldi (1921-1945) (Immagine d'archivio)  Aldo Gastaldi (1921-1945) (Immagine d'archivio)

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Quante volte ci è toccato sentire questo aforisma di Brecht, sempre staccato dal suo contesto. Ma, verrebbe da dire, ancora più sventurata la terra che non trova eroi nel momento del bisogno. La sera dell’8 settembre 1943, mentre una nazione intera sprofondava nella vergogna, abbandonata dai propri capi e dallo stesso re, senza che fossero state lasciate direttive di resistenza  a nessun livello, tanti ma proprio tanti italiani, audaci e responsabili decidevano di non cedere le armi e di “resistere”. Resistere a cosa? Non solo a un ex alleato rivelatosi subito come il peggiore degli oppressori ma anche a quel desiderio, radicato in ognuno di noi, che ci incita a lasciar perdere, a non assumerci responsabilità, che irride al nostro desiderio di salvare, se non il mondo, almeno il mondo che ci circonda. 

Aldo Gastaldi era nato il 17 settembre del 1921, per cui la fatidica sera dell’8 settembre non aveva ancora compiuto ventidue anni. Sembra impossibile solo pensarlo che, a quell’età, si possano assumere decisioni così pesanti ma, a quei tempi, si era costretti a crescere in fretta. Aldo era nato a Rivarolo: perito elettrotecnico, fisico atletico, giocava a rugby nel ruolo di pilone e praticava canottaggio. Ma la sua passione era la montagna e fin da piccolo si era rivelato come un camminatore instancabile. Sottotenente del genio, Gastaldi la sera dell’8 settembre si trovava nella caserma del 15° reggimento a Chiavari e riuscì a tenere uniti i suoi uomini senza abbandonarli mai. Lucido quanto coraggioso, scelse di nascondere le armi e di andare sulle montagne indossando l’uniforme e i gradi. A chi gli diceva di toglierseli per evitare la fucilazione, in caso di cattura, il giovane ufficiale rispose che intendeva assumersi ogni responsabilità per salvare la vita dei suoi uomini. Le armi vennero nascoste nella casa di un calzolaio che procurò scarpe a tutta la compagnia. Pochi giorni dopo Gastaldi (nome di battaglia «Bisagno») Giovanni Serbandini («Bini»), Franco Antolini («Furlini») e Umberto Lazagna («Canevari») formavano il primo gruppo di azione, scegliendo come base la località di Gnorecco, alla falde del monte Ramaceto, nelle vicinanze di Cichero. Il parroco di Cichero, don Attilio Fontana, diverrà poi cappellano della divisione. 

Così Giampaolo Pansa descrive “Bisagno” nel romanzo I nostri giorni proibiti: «Sembrava il personaggio di un film sui cavalieri di re Artù. Alto, atletico, una barba corta tra il biondo e il rosso, un coraggio spericolato, altruista, cattolico dalla testa ai piedi, di un’austerità da frate, tutto dedito alla sua idea fissa: tirare su una formazione di ribelli capaci di mandare al tappeto la Germania di Hitler e la repubblichetta di Mussolini. […] Sino all’ultimo ha ripetuto il suo credo: non si doveva odiare il nemico, ma soltanto combatterlo, non si doveva torturare, fare rappresaglie, fregarsene dei danni ai civili, e ai comandanti spettava l’onore di sacrificarsi per tutti» (Giampaolo Pansa, I nostri giorni proibiti, Sperling & Kupfer, Milano 1997, p. 33 e p. 36). 



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