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DARWIN/ Se l'evoluzione non è un "dogma"

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

Esisterebbe insomma una contiguità tra cultura umanistica e scientifica, che induce a ripensare il rapporto tra le cosiddette «due culture», come le aveva definite nel ’59 C. P. Snow. Un rapporto che sembrava destinato a risolversi o in un perenne conflitto (una «guerra dei mondi» l’ha definita il matematico Piergiorgio Odifreddi), o con una conciliazione forzata, nella quale sarebbero stati gli uomini di formazione scientifica, i soli «al passo coi tempi», a potersi appropriare dei linguaggi umanistici, convertendoli ai metodi dei loro progressi, come di fatto accade nel caso delle «scienze umane». 

All’apertura di Bravo Brontosauro (1992), Gould viene invece a ricordarci con il linguaggio salmistico della poesia della lode, biblica e francescana, che «Pleni sunt coeli / et terra / gloria eius. / Hosanna in excelsis». Al modo di un agnostico naturalista egli ha perciò bene in mente che la scienze e le arti hanno in comune innanzitutto la gioia che viene dal conoscere. E il conoscere è un modo di dare gloria eius, per quanto egli tratti di un “eius” con la “e” minuscola, cioè di un dio-natura non Creatore ma “produttore”. La scienza evoluzionistica di Gould sembra quindi invitare a non dimenticare i significati originari dei gesti umani, dove “conosco” equivale a “ri-conosco”, nelle accezioni proprie dell’atto conoscitivo inteso come atto di ringraziamento, che trova compimento nella sua comunicazione. Questo sembra essere il vero senso assegnato alla “divulgazione” da Gould, davvero erede della rivoluzione “volgare”, del dire il vero nella lingua di tutti, inaugurata, come egli per primo riconosce, dalla lode cosmologica di san Francesco. 

Anche ne I fossili di Leonardo e il pony di Sofia (1998), Gould ha modo di regalarci squarci di paesaggio illuminanti proprio per la profondità temporale cui riesce ad avvicinarci, senza rinunciare a definire con esattezza le inevitabili distanze storiche. Come quando ci racconta del Megaloceros, il preistorico alce irlandese, e della sua leggendaria gobba: «un elemento della storia naturale più prezioso di quanto si possa immaginare, per il semplice fatto che un tempo è esistita e che noi non ne avremmo mai conosciuto l’esistenza o il fascino se i nostri progenitori non ce ne avessero lasciato una documentazione visiva così bella». 

Non si tratta dunque di un uso solo documentario dell’arte del paleolitico, per quanto scientifico esso possa ritenersi; il massimo grado della sua conoscibilità arriva all’uomo contemporaneo grazie alla “bellezza” con cui gli uomini del paleolitico hanno reso quegli alci immortali nelle pitture delle grotte di Caugnac e Chauvet. È il gesto con cui gli uomini dei primordi li hanno “finti”, e ce ne hanno comunicato non solo la perfetta anatomia, ma con essa anche il piacere e la meraviglia che ai loro occhi suscitava quella sacra «bellezza». «Se fra i dipinti più antichi vi sono anche i migliori −  commenta l’evoluzionista Gould − è giocoforza abbandonare le precedenti teorie di un progresso lineare».



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COMMENTI
28/04/2013 - dogma...dogma (Piedenero Piedenero)

"Questi dipinti ci parlano oggi con tanta eloquenza perché conosciamo gli uomini che gli hanno fatti: siamo noi". Una sintasi che fa riflettere e suscita approfondimento.