BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

TESTORI/ La grazia di poter essere "attori" per sempre

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

Giovanni Testori (Immagine d'archivio)  Giovanni Testori (Immagine d'archivio)

Ben cosciente, però, che i suoi attori/alunni si sono lasciati irretire dal pensiero dominante, il maestro dice loro: «So bene che, nella summentovata pausa, vi siete venduti, tutti e tutte, a quelle perenti […] fandonie che han finito per togliervi, ammesso che nascendo ne abbiate mai avuto, ogni gusto, ogni senso e ogni regola di che sia il mestiere del recitante; il mestiere, ecco, del farsi, dell’essere, qui, attore; e, attore, per sempre». Ecco, l’uomo ha perduto il gusto di vivere, di crescere e di scoprire la propria natura. Il maestro decide, allora, di reimpostare con gli attori il «problema della recita». Interviene in maniera esagerata, quasi ossessiva. Insegna ai ragazzi il valore della parola: «La parola redenta! Già, redenta! […] La parola che si fa ossa, carne… Pensate un po’; anzi, pensiamo, meditiamo; lei, la parola, che s’inossa, s’incarna, si fa realtà, non è forse il senso e il mistero  stesso di queste assi? Il senso e il mistero mio, tuo, suo, nostro?». Il maestro si fa nuovo Adamo che rinomina tutte le cose. Nominare la realtà significa conoscerla, quindi entrare in rapporto con lei e addentrarsi nelle sue profondità, in poche parole introdursi alla realtà. L’evangelico «il verbo si fece carne» investe ogni ambito dell’esistenza e invita a recuperare un rapporto carnale e viscerale con la realtà, in un contesto culturale in cui pensiero e ideologia sembrano avere il sopravvento su tutto. È la realtà, invece, che con la sua concretezza educa, provoca, sollecita.

Il maestro lascia la libertà ai suoi attori, non li mortifica, ma li sprona a librarsi verso il cielo: «Io le ali non le spezzo! Le aiuto; a librarsi; come quelle dei falchi; o delle poiane; le rimpolpo; le ringagliardisco, io, le ali». Gli attori sempre più fanno proprie le sue direttive e iniziano a «testoreggiare», per usare le parole del testo, cioè a far diventare carne le parole, a renderle realtà, a far rivivere la storia. Così, anche quel pudico e casto amore dei due fidanzatini nei Promessi sposi si connota di fisicità, di desideri sopiti, di attese di soddisfazioni, pur conservando l’elevatezza che Manzoni le ha conferito. Renzo arriva ad affermare che quando ha incontrato l’amore, Lucia, ha capito perché è venuto al mondo. Siamo, infatti, nati per amare. Bellissime sono anche la semplicità e la concretezza con cui Agnese, Renzo, Lucia vivono il cristianesimo. Di fronte alle difficoltà, Agnese consiglia: «Invece di finir allagati dalle lacrime, diciamo su un rosario».

La figura di fra Cristoforo viene incarnata dal maestro così come era stata interpretata da lui la figura di don Abbondio. Non sarà certo un caso che il Maestro interpreti sia chi ha abdicato dal suo compito di educatore (Don Abbondio) e chi, invece, l’ha assunto fino in fondo, addirittura fino a sacrificare la vita (il frate). Ma fra Cristoforo non è sempre stato così. Lo ha cambiato l’incontro con Cristo. Così può dire: «L’amore, la più grande ditta che esista, perché non guadagna; perché si limita solo e sempre a dare. Fu allora, e fu all’amore, che Lui mi convertì. Non che, con questo, presumessi di cambiare la natura che m’era stata data; bensì, di mutarne il cammino».



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >