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TESTORI/ La grazia di poter essere "attori" per sempre

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Giovanni Testori (Immagine d'archivio)  Giovanni Testori (Immagine d'archivio)

Grande attenzione è rivolta anche al dramma che vive l’altro grande convertito del romanzo, l’Innominato. Straordinario per profondità è il discorso in cui l’Innominato, guardando dentro di sé, sorprende la radice del proprio male e della propria azione: «Ci sono momenti, ore ci sono, in cui sembra essere stato il niente, proprio e solo lui, il niente, ciò che abbiamo corteggiato, desiderato ed amato; ciò per cui abbiamo, sempre, tutto osato. Allora – vedi?- anche una fogliolina che tremi lì, sull’albero, par troppo piena di vita e bisogna strapparla». Un abisso di niente si apre nel cuore di fronte al male e al passato di iniquità. L’Innominato osa guardarlo e starci di fronte, comprendendo che la sofferenza, il dolore, la malattia sono il prezzo del peccato, da offrirsi per l’espiazione: «La paura, come la malattia e la morte, sono, teologicamente parlando, lo stipendium. Stipendium peccati, intendo. E io; io, sì, che per un momento urlo ancora come Innominato, quello stipendium, cioè quel prezzo, che è necessario, che bisogna – è inutile illuderci- bisogna- in un modo o nell’altro, pagare».

La conversione dell’Innominato si apre alla speranza di una vita diversa e alla comprensione della sofferenza alla luce del mistero della croce di Cristo. Al contrario, verso la fine del dramma, Don Rodrigo non vorrà guardare il proprio male, ma cercherà di strapparlo, svellerlo con la lama del coltello per non doverci fare i conti. Anche per lui sarà indispensabile incontrare la carità, la perfetta gratuità di Cristo, anche lui dovrà essere perdonato e abbracciato senza che sia lui a chiederlo. Il Maestro dice: «Occorre che non lui domandi pietà e perdono, bensì che altri, da sé, spontaneamente, quando lui ancora non intende chiederli, pietà e perdono gli offrano». Si intravede qui il mistero della comunione dei santi che è parte del mistero dell’Essere e che è carità. Il mistero dell’io è la «fraternità».

Veniamo allora alla conclusione del dramma di Testori. Come il romanzo I promessi sposi si era concluso con il sugo della storia, cioè con due parole che sintetizzassero cosa avessero imparato i due sposi novelli e più in generale che cosa l’autore avesse voluto comunicare al lettore, anche il Maestro si congeda dalla compagnia di attori con una sorta di testamento spirituale. Lascia andare i suoi allievi auspicando che possano ora loro creare nuove compagnie, diventare a loro volta maestri. Così come nella parabola esistenziale il figlio diventa a tempo opportuno padre, allo stesso modo l’allievo diventerà maestro se avrà saputo, a tempo debito, essere pienamente allievo. Ecco allora il congedo del maestro: «Cari, cari ragazzi! Così, ecco, così, come nelle scuole d’un tempo! Anzi, di tutti i tempi! […] Voi, superata questa lunghissima prova, trarrete dal vostro amore una nuova, grande famiglia. Come attori, non solo a voi, ma a tutti, cosa si può dire, congedandosi, il vostro vecchio maestro se non che, superata questa lunghissima prova, potete andar pel mondo, costruire altrettante compagnie, diventar, ecco, voi stessi maestri… Ve n’è bisogno. E voi, adesso, siete pronti. Se, poi, nella vita o qui, sulla scena incontrerete, com’è giusto, difficoltà, dolori, ansie, problemi, battete alla sua porta. Battete con volontà, con forza, con amore. Lei, v’aprirà». Chi ci risponderà? La speranza. 



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