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IDEE/ Il destino e le sue "tracce": così nasce la saggezza

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Contro il soggettivismo autoreferenziale, la conoscenza, per essere vera, porta a incontrare un oggetto. In questo senso la conoscenza è sempre in qualche modo anche interpretazione, ma lo è soprattutto quando non si è davanti alle prove (o, in termini anglosassoni, alle evidenze) e/o alle dimostrazioni. La conoscenza è interpretazione nei suoi stessi fondamenti antropologici, quelli che precedono l’episteme, l’affermazione del percorso scientifico, e hanno a che fare con l’esperienza.

Non a caso la rivendicazione di un modello conoscitivo rigoroso, al di là del paradigma galileiano che ha dominato l’epoca moderna, viene soprattutto dalle conoscenze irriducibili. Non per nulla un autore come Emilio Betti ha formulato la sua teoria dell’ermeneutica come fondamento delle scienze dello spirito a partire dalle esigenze del diritto. Le scienze giuridiche devono mirare a un risultato, il giudizio, che non può lasciare nel limbo della soggettività questioni dirimenti per la convivenza sociale. Ma, ancor più radicalmente, la rivendicazione di un terreno impraticabile al modello esclusivo delle scienze della natura è venuto dalla medicina. Non è certo casuale che alle origini della rinascita di quello che Ginzburg chiamava il paradigma indiziario vi siano tre medici: Morelli, Freud e Conan Doyle... 

Carlo Ginzburg ce lo ha magistralmente ricordato con un suo saggio esemplare: Spie. Radici di un paradigma indiziario (Torino, 1978), rivendicando i legittimi diritti delle “scienze storiche” contro il monismo metodologico neopositivista e contro la riduzione retorica della conoscenza del costruttivismo. Ginzburg ci ha ricordato che la medicina non ha potuto fare a meno della capacità di «interpretare» i sintomi e ha in  qualche modo protetto l’ultima riserva moderna di scienza non riducibile al paradigma galileiano. Chi scrive, ne ha trattato in un suo proprio saggio (Conoscere per indizi, Arona 2010), che riprende un corso che si sta ripetendo proprio in queste settimane presso l’Università Cattolica di Milano. 

La conoscenza indiziaria è antica quanto l’uomo e continua a costituire una sfida tanto al razionalismo che allo scetticismo. La dimensione indiziaria della conoscenza rimanda a forme di certezza che derivano dall’esperienza, e non sono meno solide di quelle che derivano dalle prove o dalle dimostrazioni, solamente agiscono in ambiti e in direzioni conoscitive diverse. Diverso è il metodo, perché diverso è l’oggetto. È la conoscenza che parla di certezze che non si raggiungono per via dimostrativa. Senza nulla togliere a quest’ultima, la conoscenza indiziaria, che è, poi, un’unica cosa con la capacità di cogliere e interpretare gli indizi è un percorso di verità in cui l’episteme e l’esperienza non si escludono. 



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