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LETTURE/ Dante, Celestino, Francesco: quel medioevo così vicino

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

Parte da qui, e dalla Vita secunda di Tommaso da Celano, l’idea che Francesco, assecondando la sua sensibilità cavalleresca, vedesse in Cristo un feudatario e nella povertà la rispettiva moglie, la castellana da rispettare e da servire, con la fedeltà cui è tenuto ogni leale vassallo. 

In Tommaso da Celano, anzi, lo sposalizio si celebra senz’altro tra la povertà e Francesco, il quale si commuove a veder disprezzata da tutti una donna già intima del Figlio di Dio. Metafora efficacissima, destinata a impressionare anche Dante. Quanto agli storici, hanno fatto opera di minuziosa, paziente filologia, confrontando questi scritti con le pagine del santo, dove paupertas è virtù assieme ad altre, l’amore fraterno, la fedeltà all’ortodossia, l’obbedienza ai superiori, la soggezione alla gerarchia ecclesiastica; disposizioni, come si vede, un po’ meno appetibili a palati moderni. Che il Sacrum Commercium e Tommaso da Celano imprimano un accento è fuor di dubbio. Ma risolutivo è l’orizzonte in cui tutte le virtù francescane si inscrivono, traendone giustificazione e orientamento. 

È nota l’originaria insofferenza di Francesco verso ogni ventilata normazione della sua esperienza, dell’avventura vissuta giorno per giorno insieme al libero manipolo di seguaci. A dettare una Regola, il santo si rassegnò solo in un secondo momento, quando il gruppuscolo, fuori da ogni progetto e previsione, era prodigiosamente cresciuto, e dei suggerimenti andavano pur formalizzati, magari anche alcuni obblighi. 

Ma ecco l’attacco della prima Regola, quella non bullata del 1221: “Regola e vita di codesti frati è questa, vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio, e seguire la dottrina e le tracce di nostro Signore Gesù Cristo”. Da notare che l’enumerazione iniziale dei tre voti fu inserita solo successivamente, dietro insistenza della Curia romana, preoccupata di ricondurre, appunto, a quei doveri – impegnativi certo, ma pur circoscritti, ma pur accessibili alla massa dei frati – la prospettiva vertiginosa di Francesco, “Jesu Christi doctrinam et vestigia sequi”. La formulazione non cambierà gran che nella Regola definitiva, dove l’indicazione di fondo è: “osservare il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo”. Ecco ciò che conta per Francesco, seguire Cristo, e seguirlo integralmente, si direbbe senza condizioni, con l’atteggiamento insomma di chi ama, e vuole solo l’amato, l’unità con lui. Sì, una normativa bisognerà anche consegnarla ai frati, ma non come frontiera di un dovere, raggiunta la quale si è fatto tutto, semmai come condizione dell’incondizionato. In fondo, Dante stesso, quando rilancia la metafora delle mistiche nozze con Madonna Povertà, conferma che c’è un solo modo di presentare Francesco: lo restituisce davvero chi ravvisa in lui l’amante.



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