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LETTURE/ Dante, Celestino, Francesco: quel medioevo così vicino

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

La personalità di Pier da Morrone, poi papa Celestino, ha sofferto non poco di reazioni a caldo e di simpatie riduttive: allo sconcerto di alcuni per il suo gesto senza precedenti si è infatti alternato un consenso nutrito di ragioni parziali o dubbie. La letteratura ha ospitato tutti questi atteggiamenti, tanto nel Medioevo quanto in anni a noi prossimi. Non pare lecito smussare la durezza di Dante: l’innominato del canto III dell’Inferno è quasi certamente Celestino, le interpretazioni alternative manifestano prudenza senza riuscire a convincere. D’altra parte, l’apologia dell’eremita e pontefice abruzzese tessuta da Petrarca nel De vita solitaria, in polemica non dissimulata con Dante, approva l’amore della solitudine, e in questo modo esprime anche una vicinanza, ma concede troppo al temperamento. 

Ancor più forte la sovrapposizione dell’interprete, coi suoi personali interrogativi e assilli, nell’Avventura d’un povero cristiano, ultima, impegnata opera di Ignazio Silone, che fa di Celestino un eroe della denuncia del potere, ritenuto intrinsecamente negativo e perciò irredimibile. Da non sottovalutare, invece, l’anonima lauda abruzzese che, nella sua grezza semplicità, offre a “San Petro Celestino” una devozione non estemporanea: “De poy che del papato fusti fore, / che renunzasti per tua humilitate, / fo tanta accepta la toa sanctitate; / la Ecclesia tra beati te fa honore”. Umiltà: la presa d’atto di una inadeguatezza, la sua ammissione per amore del ministero, che va salvaguardato a prescindere da ogni ansia per il prestigio personale e le reazioni del mondo. L’ignoto versificatore, fra l’altro, punta sulla motivazione non “politica” della beatificazione, avvenuta nel maggio 1313, mentre ancora gravava la pesante eredità del pontificato di Bonifacio VIII. Morto da qualche anno quel papa, perdurava lo scontro tra i sostenitori della sua linea e quegli avversari che ritenevano invalida e nulla la sua elezione, seguita alla “illegittima” rinuncia di Celestino. La lauda abruzzese, ovviamente, non fa parola di calcoli e strategie della Curia. Forse, non ha tutti i torti.



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