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LETTURE/ Se basta un filosofo a dividere la "Grande Germania"

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E poi persino l’intransigenza, il radicalismo, la cavillosità dialettica (talmudica!), fino agli aspetti più retrivi dell’indagine razzistoide: l’avarizia di Zenone, i lineamenti del volto di Crisippo, persino l’inclinazione del naso. Sul sensibilissimo bilancino dello spirito, o sui più grevi cliché del pregiudizio, tutte le componenti della filosofia stoica potevano essere distinte tra «greco» e «semita».

Interpretazione razzista? Un pegno pagato a una lettura nazista dell’antico? Negli anni del nazionalsocialismo Pohlenz fece di tutto per salvare colleghi e allievi ebrei dalla persecuzione. Conservatore, ostile alla Repubblica di Weimar, eppure disgustato dalla primitiva e criminale rozzezza di Hitler, si tenne distante dal regime, vi entrò in conflitto e ne fu a suo modo vittima. Ma non poté sfuggirne le conseguenze. Il suo grande e tuttora fondamentale libro sulla Stoa, composto di fatto tra il 1938 e il 1943, concepito per questo come sostegno «morale» e «interiore», «per il nostro presente», e non a caso dedicato ai suoi discepoli, «ai vivi e ai morti», poté essere stampato soltanto dopo la guerra, nel 1948. Approdò quindi all’attenzione internazionale in un momento in cui la lacerazione inflitta dalla persecuzione antisemita aveva appena iniziato a rivelare i suoi abissi ed era ancora sommamente purulenta. Colleghi ebrei di Pohlenz, fuggiti in America, stroncarono il libro. Per loro le «etichette razziali» non erano state un esercizio libresco. Così anche la Stoa dovette fare i conti con la Shoah.

Va detto che a levarsi contro questa lettura «semitica» fu per tempo una voce che non ebbe bisogno di attendere i forni crematori. In un ciclo di lezioni riservate a un pubblico ristretto dell’Università di Monaco, tra il 1933 e il 1934, il vecchio e autorevolissimo Eduard Schwartz smontò con efficacia il paradigma interpretativo di Pohlenz.

Schwartz non negava di certo l’origine orientale dei primi stoici, ma ne misurava le ricadute non già sul fronte teoretico, o volgarmente razziale, sezionando gli elementi semitici e greci del loro pensiero come in una sorta di chirurgia spirituale, ma sul fronte più nobilmente politico, vale a dire sulla «capacità», storicamente dimostrata dalla filosofia stoica, «di adeguarsi ai rapporti politici nei quali si trovò a operare». Era questo il carattere che ne segnò la fortuna: la capacità di rimodellare e difendere nei più diversi contesti il nucleo identitario di una grecità acquisita e proprio per questo più protetta. Schwartz applicava quindi a questa filosofia la produttiva dialettica tra centro e periferia. Lo stoicismo si afferma proprio perché i suoi fondatori, partendo dalla moderna periferia ellenizzata, sanno meglio intendere la missione universalistica dell’antico centro ellenico. Lo stoico è un frontierasco: per sua diretta esperienza conosce la necessità del compromesso e la difesa di un’identità minacciata. 



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