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LETTURE/ Se basta un filosofo a dividere la "Grande Germania"

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Non era una lettura meno “ideologica”: era anch’essa pesantemente influenzata da una diversa esperienza personale, e diremo da una diversa guerra. Schwartz aveva insegnato per anni a Strasburgo, e per la germanizzazione, anche forzata, dell’Alsazia-Lorena si era battuto con impegno non solo professorale. Da ragazzo aveva visto il trionfo a Sedan sulla Francia di Napoleone III, da adulto la catastrofe della Prima guerra mondiale. Due figli caduti sul fronte, un terzo sopravvissuto ma mutilato; e poi la caduta dell’Impero, la perdita dell’amata Strasburgo, la cancellazione della sua università tedesca, la fuga a piedi con una valigia stipata di manoscritti, e alle spalle tanti, troppi documenti esplosivi. Uno si conserva ancora nella Biblioteca di Strasburgo, e bastò ai Francesi per dargli la caccia: un’indagine «strettamente riservata», un appello lanciato al governo tedesco perché si intervenisse pesantemente sui Reichslande di confine, si revocasse loro l’autonomia, li si annettesse a uno Stato «di più antica e solida identità tedesca», imponendo definitivamente la cultura germanica a una terra di reviviscente e pericolosa identità francese.

Nella Cizio di Zenone, Schwartz rivedeva insomma la sua Strasburgo: la dinamica concorrenziale in terra di confine tra greci e semiti come tra tedeschi e francesi. Era una lettura attualizzante dell’ellenismo: l’allargamento delle frontiere, il trasferimento del centro intellettuale greco da Atene al Museo di Alessandria d’Egitto, come dal cuore antico della Germania all’università periferica di Strasburgo.

Purtroppo all’orizzonte c’era Roma: il nuovo impero, il tracollo della grecità. Ed è con questa angosciante, indomita e in tal senso davvero stoica consapevolezza che Schwartz vide la Francia distruggere il Reich tedesco.

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Luciano Bossina è autore de “Stoa, Ellenismo e catastrofe tedesca”, Edizioni di pagina, Bari, 2013

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