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MARTIN LUTHER KING/ Riotta: il giallo del video? E’ l’"effetto JFK"

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Il monumento in memoria di Martin Luther King (InfoPhoto)  Il monumento in memoria di Martin Luther King (InfoPhoto)

Tutti gli assassinii politici si portano dietro un alone di complotto, generano un’infinità di supposizioni inevitabili: l’assassinio ha agito da solo, non ha agito da solo, era protetto dai servizi segreti nazionali, era al soldo di agenzie internazionali, chi ne trae vantaggio…  È così sempre, basti pensare al ferimento di Giovanni Paolo II, all’assassinio di Aldo Moro, a quello di Olof Palme… tutti si portano dietro un alone di mistero e non fa eccezione neanche l’omicidio di Martin Luther King.

 

Cosa sarebbe successo se Martin Luther King non fosse stato ucciso?
Erano anni difficili, estremamente violenti. Gli anni del Vietnam, della contestazione, dell’apartheid… Con la sua strategia della non violenza Martin Luther King aveva emancipato gli afroamericani, e l’assegnazione del premio Nobel per la Pace gli aveva dato ulteriore prestigio. Ma il leader pacifista, in quel 1968, era anche frustato perché non vedeva validi interlocutori a Washington, si sentiva abbandonato e quindi la sua posizione politica si stava radicalizzando. D’altra parte però, la sua azione aveva avuto influenza sui leader più radicali del movimento nero, che si stavano avvicinando alle sue posizioni. Questa convergenza stava creando una nuova leadership afroamericana. L’assassinio di King interruppe drammaticamente questo percorso. Aveva solo 39 anni: la sua morte precoce, come quella – anni dopo – di Rabin in Israele, ha privato gli Stati Uniti di un interlocutore che sarebbe stato estremamente utile all’America nei decenni successivi.



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