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LETTURE/ Levinas: perché in prigione il pensiero nasce libero?

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Emmanuel Levinas (1906-1995) (http://levinas.nl)  Emmanuel Levinas (1906-1995) (http://levinas.nl)

Quando, il 25 dicembre 1995, fu data notizia della sua scomparsa, Emmanuel Levinas era noto in tutto il mondo come uno dei principali filosofi del nostro tempo. Della sua vita, molto era conosciuto, anche perché non mancavano biografie che ne raccontavano, più o meno dettagliatamente, fasi, momenti, sviluppi. Quasi vent’anni fa, dunque, era già noto che il filosofo di origine lituana (era nato a Kovno, oggi Kaunas, nel 1905) e naturalizzato francese, aveva trascorso cinque lunghi anni come prigioniero di guerra in alcuni campi di lavoro tedeschi. Levinas, proverbialmente ritroso e poco incline al racconto di sé, non aveva mai accennato al fatto che durante questo periodo, seppure in maniera fortunosa e intermittente, era riuscito ad annotare su taccuini e fogli sparsi alcune delle intuizioni che verranno sviluppate nelle opere della maturità intellettuale e, in particolare, in Totalità e Infinito. Saggio sull’esteriorità (1961) e Altrimenti che essere o al di là dell’essenza (1974). Queste opere hanno la potenza d’urto teorica che non smette di interrogare chiunque intenda la pratica della filosofia come il concreto esodo da ogni supposta realtà suggerita dal senso comune. 

Dopo la morte del filosofo, dunque, tra le carte del lascito testamentario (attualmente in fase di catalogazione da parte di un comitato scientifico presieduto da Jean-Luc Marion), sono stati ritrovati sette quaderni che hanno inaugurato la pubblicazione degli inediti di Levinas che in Italia escono presso Bompiani. Con il titolo Quaderni di prigionia e altri scritti, dunque, viene offerta la possibilità di osservare “in presa diretta” la genesi di un pensiero che procede senza una direzione precostituita e che, forse non casualmente, comincia a muovere i primi passi non nel silenzio di accoglienti biblioteche, ma nel drammatico rincorrersi di giorni in cui il letterale essere “prigionieri”, oltre a sofferenze, disperazioni e lutti, offre “un ritmo nuovo della vita”. 

Nell’immenso zibaldone di frammenti e note, infatti, si mescolano scrittura filosofica, scrittura letteraria e scrittura critica accomunate dalla medesima esigenza: considerare le esperienze che strutturano l’uomo (l’amore, la guerra, il rapporto con le cose) come incessante domanda di senso che non riesce a “sentirsi a casa propria” in nessuna delle risposte che pure prova a formulare.

Ecco dunque profilarsi, nel cantiere dei Quaderni, l’idea che deve essere possibile uscire dall’“ingombro dell’io”, perché “la vita non è uno svago turistico”: l’irruzione dell’altro manda in frantumi quell’immagine di uomo che, soprattutto in virtù delle “meraviglie della scienza”, credeva di essere “meccanismo in mezzo ad altri meccanismi, piccolo orologio che riproduceva il battito del tempo astronomico e che non poteva scartarsene se non per segnare un’ora sbagliata”. 



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