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LETTURE/ Chi può rompere la "malavoglia" del lunedì?

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A crogiolarsi nel sonno, però, non è chi è stanco. Tant’è che Pavese, in una raccolta intitolata Lavorare stanca, poteva scrivere che «l’uomo solo vorrebbe soltanto dormire»: «l’uomo solo», non l’uomo stanco. Cioè l’uomo che all’alba ha davanti l’amara prospettiva di «un giorno / in cui nulla accadrà», come pensa ancora ’Ntoni Malavoglia: «quella era una vera galera, dal lunedì al sabato, ed egli era stanco di rompersi l’anima per niente, perché quando non si ha nulla è inutile arrabbattarsi da mattina a sera, e non trovate un cane che vi voglia, per questo egli ne aveva le tasche piene di quella vita; preferiva piuttosto di non far niente davvero, e starsene in letto a fare il malato».

Vince la malavoglia solo chi ha trovato qualcuno che lo voglia, che gli «rubi il sonno e la solitudine», come racconta una struggente canzone brasiliana, Escravo de alegria: «Vou dormir querendo despertar pra depois de novo conviver com essa luz que vejo me habitar». Chi è voluto va a dormire non vedendo l’ora di risvegliarsi, per poter di nuovo convivere con questa luce che vede abitare in sé: per poter risentire la promessa del lunedì. 

Ecco perché «l’unica gioia al mondo è cominciare». “Non è vero”, obiettò una mia alunna a Pavese, “non è l’unica gioia”. In realtà, a guardare la malavoglia stampata negli occhi di tanti lunedì, se non è proprio unica, è senz’altro molto rara. Però ha sicuramente ragione Pavese quando subito dopo precisa che «è bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante». Magari poter ricominciare «ad ogni istante»! Per i (miei) bambini è così: ricominciano sempre. Per loro «ogni istante» è l’alba del lunedì. Ma forse per loro è sempre lunedì perché la vita è una cosa che viene, più che una cosa che va. Il senso di marcia è invertito: il «dì di festa» non è il fine settimana, ma il vero inizio: l’inizio e la sostanza, festosa, di tutto. Direi che per loro la domenica è il lunedì: «initium ut esset creatus est homo».

Forse questa assurda ripugnanza per l’inizio ci viene dall’essere malati di week-end. Me lo ha fatto intuire Benedetto XVI in uno dei suoi ultimi incontri, il 14 febbraio scorso: «è un peccato che oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è la prima giornata, è l’inizio». Anche per lui sembrava proprio un inizio, come proclamerà in eterno il suo sorriso lieto mentre si chiudeva la finestra di Castel Gandolfo. O come una primavera, non più interpretata come il finale di un anno scolastico, ma come l’inizio che ci viene a chiamare (25 marzo, Annunciazione). 

Non c’è alternativa, per noi: scoprirci voluti al punto da ricominciare, innamorati della vita, o tapparci il naso, continuamente a caccia di una porta di servizio per scappare. Perché gli uomini saranno sempre divisi in due categorie: quelli in apnea che sbavano affinché arrivi il fine settimana, e quelli voluti, che non vedono l’ora che arrivi, prestissimo, il lunedì. 



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