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STORIA/ Da sant'Ignazio a papa Francesco, ecco chi sono i Gesuiti

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Jorge Mario Bergoglio è papa Francesco (InfoPhoto)  Jorge Mario Bergoglio è papa Francesco (InfoPhoto)

Il gesuita è essenzialmente un militare: la sua giornata è totalmente organizzata, nulla è lasciato al caso. Si tratta di uomini che sono coscienti di avere una missione civilizzatrice: devono fondare delle reducciones, cioè ridurre a popolo, quindi con una vita stabile e ordinata, chi popolo ancora non è a causa della sua dispersione e del suo nomadismo. Solo così possiamo capire le parole dell’alsaziano padre Johann Jakob Baegert (1717-1772) che scrivendo dei californiani così si esprime: «I californiani per nessuna cosa hanno un’ora fissa. Mangiano quando hanno qualcosa da mangiare e quando hanno appettito, cosa che raramente gli manca. […] Di notte, dopo essersi riempita la pancia, si adagiano o si riuniscono seduti per parlare fino a stancarsi di tanto parlare. […] Si mangiava in mezzo a interminabili chiacchiere […] parlando di cose infantili od oscene».

La presenza dei gesuiti comportò un cambiamento radicale: le differenti rancherias dovevano trovarsi mensilmente alla missione dove rimanevano per alcuni giorni in cui il loro stile di vita mutava radicalmente. I missionari davano loro da mangiare, però li occupavano anche con lavori, catechesi, vita liturgica e sacramentale. Una volta congedati, gli indigeni ritornavano alla loro vita nomade. Per non sprecare tutto il lavoro di evangelizzazione i padri si facevano aiutare da catechisti ausiliari – i temastianes (coloro che insegnano alla gente) − appartenenti alle tribù stesse, che si incaricavano della recita del rosario o della ripetizione del catechismo durante i periodi di vita nomade.

Il passaggio fra due stili di vita così contrapposti non poteva che essere traumatico. Non solo, l’inevitabile contatto con altre popolazioni stava portando al crollo del loro sistema di vita e di questo si accorsero gli indigeni, al punto che nell’estremo sud le rancherías pericúes e guaycuras insorsero dal 1º ottobre 1734 massacrando padre Lorenzo Carranco e altri gesuiti, i militari del presidio e gli altri indigeni della contracosta. La ribellione fu domata solo l’anno seguente: i sopravvissuti chiedevano di essere uccisi, segno di un’incomprensione radicale fra i due sistemi di vita.

La popolazione indigena passò da 41.500 abitanti nel 1697, ai 7.149 del 1768: la diminuzione drastica dei membri di queste tribù fu dovuta alle limitate difese immunitarie che non seppero reggere al vaiolo, al morbillo, alla dissenteria, al paludismo, alle febbri tifoidee e infine alla sifílide, particolarmente diffusa nella regione de Los Cabos, per il contatto con i marinai del nao de China.

Nel 1767, il re Carlo III espulse la Compagnia dai suoi domini e da un giorno all’altro i religiosi dovettero abbandonare tutto: la notizia impiegò un anno a giungere nella bassa California, qui i gesuiti se ne andarono il 3 febbraio 1768. In tutte le missioni settentrionali della Nuova Spagna furono sostiuiti dai frati francescani che ne continueranno l’opera di evangelizzazione e saranno all’origine di diverse missioni nell’alta California (quella degli Usa), quali San Diego, San Francisco, Los Angeles.

Umanamente parlando è la storia di un fallimento! Per la cronaca sembra che l’unica cosa positiva ottenuta sia il riconoscimento da parte del padre Francesco Eusebio Kino − tra il 1701 e il 1702 − della peninsularità della California e non della sua insularità, quando scoprì le foci dei fiumi Colorado e Gila nel Golfo di California.



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