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LETTURE/ Costantino tollerante? No, maestro di libertà

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Come si vede anche per quanto riguarda il successivo cesaropapismo dell’impero bizantino, esso non può essere tutto ricondotto a Costantino.

Vero è che già con Eusebio si affermerà una lettura di Costantino come speculum principis (è da questa idealizzazione di Costantino come campione della fede che nascono poi tutte le “leggende” su Costantino, come quella della conversione tramite papa Silvestro, da cui prenderà ispirazione il famoso falso della Donazione), ma, come nota Guidetti, in realtà già “nei decenni che portano alla conclusione del (suo) secolo il progetto costantiniano è tramontato” perché le scelte di Graziano e di Teodosio, sotto la spinta di Ambrogio, conducono l’impero ad imporre come unica forma di professione di fede per tutti i sudditi quella nicena, mentre l’imperatore è ricondotto intra ecclesiam, soggetto all’autorità del vescovo in quanto battezzato (vedi l’episodio della penitenza inflitta da Ambrogio a Teodosio) e la Chiesa riacquista una piena libertà dal potere politico nella definizione dei rapporti tra le chiese e nell’elaborazione della propria dottrina.

Mentre si afferma la libertà della Chiesa sulla politica, la libertà religiosa diviene così un “inizio mancato” (Scola), che riemergerà solo dopo un lungo travaglio culturale.

Cosa rimane allora dell’età costantiniana?  A nostro avviso rimane un’epoca caratterizzata dal dinamismo del confronto tra tre grandi “famiglie spirituali” basato sul “libero mercato dell’offerta religiosa” e che mostra come nell’arco di poche generazioni i pagani si siano “lasciati travolgere” (Mieli) dal cristianesimo.

Certamente questo è dipeso dalla fervida testimonianza di fede delle comunità cristiane e dei grandi pastori e teologi del IV secolo, ma l’apporto dato da Costantino con l’affermazione della libertà religiosa rimane decisivo sul piano storico, come notava già all’epoca del Concilio Jean Daniélou: “l’estensione del cristianesimo a un immenso popolo, che rientra nella sua essenza, è stata ostacolata durante i primi secoli dal fatto che andava sviluppandosi all'interno di una società i cui quadri sociali e le cui strutture culturali gli erano ostili. L'appartenenza al cristianesimo richiedeva quindi una forza di carattere di cui la maggior parte degli uomini è incapace. La conversione di Costantino, eliminando questi ostacoli, ha reso l'Evangelo accessibile ai poveri, cioè proprio a quelli che non fanno parte delle «élites», all'uomo della strada. Lungi dal falsare il cristianesimo, gli ha permesso di perfezionarsi nella sua natura di popolo” (La preghiera come problema politico, Marietti, 1968).



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