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COSTANTINO/ La lezione di Ambrogio, la Croce, la politica

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Ambrogio stesso si “compromette” in questa visione, non temendo di manifestare apertamente il suo affetto e la sua amicizia per Teodosio e mostrandosi preoccupato per la salvezza anche degli imperatori che lo avevano avversato. Anche questi uomini di potere, infatti, sono chiamati da Dio a un cammino di rinnovamento della propria umanità il cui presupposto essenziale è la corretta conoscenza di Cristo, che solo la Chiesa può permettere e garantire. Possiamo allora riconoscere che la figura dell’imperatore non viene mai considerata come staccata dal suo destino personale, e dunque in chiave soteriologica. La “seconda risurrezione di Cristo” di cui Ambrogio parla esce dunque dall’ambito puramente teologico-politico (troppo angusto per essa!) e diventa invece il motivo di plauso per Costantino, il quale – benché abbia accolto tardivamente il Battesimo − ha reso possibile per i suoi successori un duplice cammino di rigenerazione personale e di testimonianza di un esercizio del potere in qualche modo “trasformato” a immagine della Croce.

Il giudizio di Ambrogio su Costantino, dunque, ha radici molto più ricche della volontà del vescovo di primeggiare nell’ambito politico. Se dunque ci possiamo legittimamente chiedere quanto di ciò che Ambrogio dice di Costantino corrisponda alla verità storico-biografica e quanto rifletta la sua rielaborazione personale, più difficilmente potremo ritenere corrette le nostre affermazioni, in assenza di un metodo di lettura storica nel quale venga pienamente riconosciuto il valore della fede e dello slancio pastorale di Ambrogio come criterio autentico di interpretazione del suo operato. Ma neanche in riferimento a Costantino dobbiamo escludere che la fede possa realmente essere stata un motore ideale – dagli effetti assai concreti – per la sua vicenda di uomo e di reggitore dell’impero.

Vorrei concludere con una citazione dello storico francese (di scuola marxista!) Paul Veyne, che ritengo si possa applicare – con i dovuti aggiustamenti – anche allo stesso Ambrogio: “Non si può continuare ad avere una visione così limitata di Costantino. Questo principe cristiano di eccezionale statura aveva concepito un vasto progetto, in cui non mancavano né devozione né potere: dare vita a un vasto insieme totalmente cristiano e che fosse, per questo, uno solo sul piano politico e religioso; questo ideale millenario dell’impero cristiano farà ancora sognare ai tempi di Dante. Costantino l’ha realizzato deliberatamente, mosso dalla devozione e non per interesse o distrattamente” (Paul Veyne, Quando l’Europa è diventata cristiana [312-394], Garzanti, 2010, p. 81). 

Sottoscrivo del tutto questa opinione, che riscatta Costantino (e, conseguentemente, Ambrogio) da letture troppo anguste ancora troppo diffuse.

Si può essere o meno d’accordo con la concezione politico-religiosa di Costantino o con quella di Ambrogio. Ma penso sia importante e necessario riconoscere che una lettura metodologicamente corretta dell’agire di simili uomini – capaci di segnare profondamente la loro storia – debba essere disponibile a riconoscere loro un animo e un cuore capaci di lasciarsi muovere a mete ideali con più generosità e realismo di quanto capita sovente a noi stessi.



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