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PAPA/ Ecco perché Benedetto e Francesco fanno santi i martiri di Otranto

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Papa Francesco (InfoPhoto)  Papa Francesco (InfoPhoto)

Eppure, nonostante le analogie (apparenti o reali), la vicenda dei martiri non è riducibile allo schema dello scontro fra civiltà. Parafrasando Oriana Fallaci, verrebbe da dire che essi non agirono per “rabbia e orgoglio”. Certamente furono decapitati a causa di un fondamentalismo contrastante con la legge coranica; al contempo, tuttavia, essi non accettarono il martirio in nome dei valori irrinunciabili della cristianità occidentale. Più semplicemente, si trovarono ad affrontare il martirio per non tradire ciò che rendeva lieto il loro cuore. 

Narrano le cronache che gli 800 uomini sopravvissuti all’eccidio turco, ricevuta la terribile alternativa fra la conversione all’islam e la decapitazione, sperimentarono subito la differenza fra la paura e la letizia: l’una svanì e si risolse nell’altra. Uno dei più anziani “andava animando tutti alla sopportazione della morte e passione per amore del signor nostro Gesù Cristo”. Alcuni testimoni videro “quei cittadini sereni, con umiltà e mansuetudine, cha abbassavano la testa, affinché per amore di Cristo fossero trucidati”. Un altro racconta che “li vide tutti volontariamente e con animo contento esporre alle spade le loro cervici”. Vi fu uno dei martiri, addirittura, che “non volle riscattarsi, ma volle piuttosto morire con gli altri suoi compagni, sebbene tuttavia avesse potuto riscattarsi con una certa somma di ducati, che egli stesso aveva nascosto in precedenza per la paura dei Turchi”.

A ben vedere, il martirio cela sempre una dinamica paradossale. Esso avviene all’esito di una sconfitta plateale provocata dal potere dominante; coincide con una disfatta assoluta e ingiusta della vittima; si consuma con cattiveria e senza speranza di rivalsa umana e politica. Eppure non è mai motivo di rancore; anzi, spesso provoca un senso di stupita gratitudine in chi vi assiste.

È tutta qui la differenza esistenziale fra l’eroismo e la santità. A certe condizioni si può anche maturare il coraggio di sacrificare la propria vita per un ideale ritenuto giusto; a certe condizioni lo sconfitto può anche esibire un’indomita fierezza dinanzi al patibolo; in nessun caso, tuttavia, è possibile rendere il cuore dell’uomo artificialmente lieto. Come ripeteva Agostino, non si può imporre a sé o agli altri lo stupore. Ecco perché il martirio è la forma suprema della testimonianza cristiana. Esso rende evidente che non c’è bisogno di sforzarsi per arrivare alla felicità, giacché la felicità stessa si è abbassata, si è fatta incontro, si è umiliata. Specialmente nel martirio il soggetto della testimonianza è lo stesso Gesù Cristo.

E la Chiesa si diffonde così, altrimenti è proselitismo per gente impegnata. Come ha detto Papa Francesco: “i Santi sono quelli che portano la Chiesa avanti!”.



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