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PAPA/ Ecco perché Benedetto e Francesco fanno santi i martiri di Otranto

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Papa Francesco (InfoPhoto)  Papa Francesco (InfoPhoto)

C’è un profilo nella storia degli ottocento martiri di Otranto, che rende quegli eventi umanamente contemporanei e perciò comprensibili, giustificando l’eccezionalità della vicenda. Esso si ricava dalla dinamica esistenziale dei protagonisti, passata fra due stati d’animo incomparabili: dalla paura alla letizia, dal coraggio alla mansuetudine, dall’eroismo alla santità. 

I fatti sono noti. Il 28 luglio 1480 sulla costa otrantina sbarcò una possente flotta turca (140 navi con 15mila soldati), che cinse d’assedio la città. La guarnigione aragonese del Re di Napoli non fu in grado di fronteggiare l’ondata ottomana e abbandonò gli otrantini a se stessi. Piuttosto che arrendersi, questi resistettero eroicamente per circa due settimane, fino a quando le milizie musulmane riuscirono a sfondare le mura, massacrando i civili e saccheggiando la città. Molti si rifugiarono nella Cattedrale. Narrano le cronache che “era cosa straziante vedere le madri stringere le figlie al seno, li teneri figli abbracciati alli vecchi padri, li amici alli amici, e tutti fortemente rompere in pianti e col cuore pregare Dio con quel fervore, che solo sa destare l'ora estrema». Infine i turchi irruppero nella Cattedrale, uccidendo l’arcivescovo, i sacerdoti e numerosi fedeli.

Nella tragicità degli eventi, tuttavia, la vicenda non sembrerebbe discostarsi dagli altri eccidi che hanno contrassegnato tante invasioni costiere con pari motivazioni (apparentemente) religiose. E anzi, proprio l’impronta musulmana dell’iniziativa potrebbe indurre ad attualizzare quegli eventi, sino a leggerli alla luce delle categorie politico-culturali elaborate all’indomani dell’attentato alle Torri gemelle; cosicché gli eroi della resistenza otrantina potrebbero essere celebrati come gli antesignani di quello scontro fra civiltà, invocato dopo l’11/9 con il pretesto della lotta al fondamentalismo religioso. 

Tra i due eventi, infatti, potrebbero essere rinvenute talune analogie. Anche l’invasione turca, anzitutto, fu mossa (apparentemente) da un pari fondamentalismo islamico; in realtà la legge coranica vieta quanto le milizie musulmane compirono nell’occasione, nel senso che è severamente vietato obbligare con la forza i cristiani alla conversione all’islam e che l’alternativa tra la conversione e la morte è riservata ai soli pagani. Anche l’invasione turca, per dirla tutta, fu contrassegnata da ragioni geopolitiche rimaste ancora equivoche; basti pensare che, come ha rilevato Franco Cardini, Maometto II era un politico troppo realista e intelligente per puntare davvero a conquistare l’Europa e a sottomettere i popoli cristiani all’islam. La sua azione, piuttosto, sarebbe valsa a ottenere i favori dei regni di Venezia e di Firenze, ridimensionando le pretese egemoniche del Re di Napoli sulla penisola italica e sull’Adriatico. In definitiva, anche nel caso dell’invasione turca il fondamentalismo islamico potrebbe avere agito solamente da detonatore di interessi politico-militari ben più dirimenti; ancora una volta, insomma, la minaccia musulmana potrebbe essersi dimostrata strumentale a una redistribuzione altrimenti improbabile delle ambizioni economiche delle potenze coinvolte.



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