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LETTURE/ Václav Havel: difendiamo il "mondo della vita"

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Questo mondo naturale è il mondo che viene immediatamente percepito e personalmente garantito dal nostro «io»; è il mondo non ancora indifferente della nostra esperienza, a cui siamo personalmente legati dal nostro amore, dal nostro odio, dal rispetto, dal disprezzo, dalle tradizioni, dai nostri interessi e dalle sensazioni irriflesse che sono all’origine della cultura. È il terreno delle nostre gioie e dei nostri dolori irripetibili, incomunicabili e inalienabili; il mondo in cui, attraverso il quale e di cui siamo in qualche modo responsabili, il mondo della nostra responsabilità personale. Categorie come, per esempio, la giustizia, l’onore, il tradimento, l’amicizia, l’infedeltà, il coraggio o la compassione hanno in questo mondo un contenuto concreto, legato a uomini concreti e molto importante per la vita concreta; insomma hanno ancora un peso. Il fondamento di questo mondo è costituito da valori che esistono in certo qual modo da sempre, prima che se ne parli, che li sperimentiamo e ne facciamo oggetto delle nostre domande. Ciò che dà coerenza interna a questo mondo è una sorta di postulato «pre-speculativo», per cui esso funziona ed è possibile solo perché esiste qualcosa oltre il suo orizzonte, qualcosa al di là o che lo supera, qualcosa che, pur sfuggendo alla nostra comprensione e manipolazione, tuttavia proprio per questo offre a questo mondo un fondamento solido, un ordine e una misura; è la fonte nascosta di tutte le regole, i costumi, le prescrizioni, i divieti e le norme che in esso hanno valore vincolante. Il mondo naturale, allora, per la sua stessa essenza cela in sé un presupposto di assoluto che lo fonda e lo delimita, lo rianima e lo regge, senza del quale sarebbe impensabile, assurdo e inutile e che non possiamo far altro che rispettare in silenzio. Ogni tentativo di assoggettarlo, dominarlo o addirittura sostituirlo con qualcos’altro viene inteso, nelle dimensioni di questo mondo, come manifestazione di superbia che l’uomo deve sempre pagare duramente, così come hanno pagato Don Giovanni e Faust. 

Una ciminiera che inquina il cielo non è solo, per me, un deplorevole lapsus della tecnica che non avrebbe tenuto conto del «fattore ambientale» e che può forse rimediare a questo suo errore con un filtro adeguato in grado di eliminare le sostanze tossiche dai fumi. È qualcosa di più: è il simbolo di un’epoca che cerca di valicare i confini del mondo naturale e le sue norme, e di fare di quel mondo una cosa del tutto privata, una questione di opinioni soggettive, di sentimenti, illusioni, pregiudizi e capricci privati «solo» del singolo individuo. Un’epoca che nega l’importanza dell’esperienza personale – inclusa quella del mistero e dell’assoluto – e che al posto dell’assoluto personalmente sperimentato come misura del mondo, pone un assoluto nuovo creato dagli uomini, non più misterioso, liberato dai «capricci» della soggettività e quindi impersonale e inumano, vale a dire l’assoluto della cosiddetta oggettività, della conoscenza razionale oggettiva, del progetto scientifico del mondo (…).



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