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LETTURE/ Václav Havel: difendiamo il "mondo della vita"

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Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)  Vaclav Havel (1936-2011) (Immagine d'archivio)

Per gentile concessione degli editori, pubblichiamo un brano tratto da Václav Havel, “Il potere dei senza potere”, prefazione di Marta Cartabia, La Casa di Matriona-Itaca, 2013 (Qui il commento di Giovanna Parravicini).

Questo discorso, si legge in calce al testo, «è indirizzato all’Università di Tolosa-Le Mirail, dove l’avrei pronunciato in occasione del conseguimento della laurea ad honorem, se avessi potuto prendervi parte». Il riconoscimento accademico venne conferito ad Havel il 17 agosto 1982 mentre si trovava ancora in carcere. Ne presentiamo un breve stralcio.

La politica e la coscienza
- Da bambino ho vissuto per un certo tempo in campagna, e da allora mi è sempre rimasta nella memoria un’esperienza di quel periodo: andavo a scuola nel paesino vicino e, attraversando i campi, vedevo ogni giorno all’orizzonte la grande ciminiera di una fabbrica costruita alla meglio, che con tutta probabilità serviva per scopi militari. Da questa ciminiera usciva un denso fumo nerastro che si allargava nel cielo azzurro. Tutte le volte che lo vedevo provavo l’intensa sensazione che in quel fumo ci fosse qualcosa di profondamente sconveniente, poiché gli uomini insudiciavano il cielo. Non so se a quell’epoca esisteva già l’ecologia come disciplina scientifica e comunque non ne sapevo nulla, tuttavia ero istintivamente turbato e offeso da quell’«insudiciamento del cielo»; mi sembrava che l’uomo commettesse qualcosa di male, che distruggesse qualcosa di importante, che sconvolgesse arbitrariamente l’ordine naturale delle cose e che avrebbe dovuto pagare le conseguenze di questo comportamento. La mia ripugnanza era principalmente di ordine estetico: a quell’epoca non sospettavo minimamente il danno di quelle esalazioni che un giorno avrebbero fatto morire i boschi, sterminato gli animali e messo a repentaglio la vita degli uomini. 

Se un uomo del Medioevo, andando, per esempio, a caccia, avesse visto qualcosa di simile, l’avrebbe certamente considerato opera del diavolo, sarebbe caduto in ginocchio e si sarebbe messo a pregare per la salvezza sua e del prossimo. 

Che cos’hanno in comune il mondo dell’uomo medievale e quello di un ragazzino? Credo, una cosa fondamentale: entrambi sono radicati più fortemente della maggior parte degli uomini moderni in quello che i filosofi definiscono «mondo naturale» o «mondo della vita». Essi non sono ancora estranei al mondo della loro esperienza reale e personale; il mondo che ha un suo mattino e una sua sera, un «basso» (la terra) e un «alto» (il cielo), il mondo in cui il sole sorge ogni giorno a Oriente, attraversa il cielo e tramonta ad Occidente, un mondo in cui i concetti di dimora e di estraneità, di bene e di male, di bello e di brutto, di vicino e lontano, di dovere e di diritto significano ancora qualcosa di vivo e determinato; il mondo che conosce i confini fra ciò che ci è familiare e di cui dobbiamo prenderci cura e ciò che è oltre quell’orizzonte, davanti a cui dobbiamo solo umilmente inchinarci perché ha la natura del mistero. 



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