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STORIA & FEDE/ Il rosario, quello strano intreccio tra carità e materia

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Tiziano, Assunta (1516-18) (Immagine d'archivio)  Tiziano, Assunta (1516-18) (Immagine d'archivio)

Le ragioni della scelta di questo materiale prezioso per confezionare i grani annodati nelle corone non erano di ordine puramente estetico. La resina cristallizzata dell’ambra è una sostanza che produce effetti registrabili quando viene manipolata. Facendo scorrere i grani delle corone tra le proprie mani, i devoti creavano uno stato di riscaldamento. E il riscaldamento faceva sprigionare dall’ambra un odore aromatico, che non poteva non colpire l’attenzione e il gusto dei fedeli che ne facevano uso per contare le avemarie della preghiera rivolta alla madre di Cristo.

Non è un particolare ridicolo: la ripercussione dell’atto della preghiera sul senso dell’olfatto teneva più desta l’attenzione. Risvegliava dalla tendenza a distrarsi. In un certo senso, evocava in modo oggettivamente tangibile una presenza estranea a cui si chiedeva di fare spazio. L’effetto era conosciuto e deliberatamente ricercato. Si sceglieva l’ambra proprio perché le sue risorse potessero essere sfruttate: anche il naso aveva la sua piccola parte da svolgere nell’accendere il sentimento di devozione soprattutto dei semplici illetterati.  A ciò si aggiungeva il fatto che l’ambra è capace per strofinio di elettrizzarsi, acquistando una carica che anche simbolicamente esercitava un’attrazione. Lo si sapeva dall’antichità, e difatti il nostro termine “elettricità” deriva dal nome greco dell’ambra (elektron). Questa virtù nascosta della pietra, una volta attivata, poteva facilmente assumere anche significati protettivi: diventava uno scudo a cui affidarsi per calamitare il bene. Esisteva anche un uso terapeutico dell’ambra, che scacciava i mali e attirava la fortuna. E difatti nei testi religiosi del XVI-XVII secolo, sia cattolici, sia protestanti, la cautela con cui si giudicava il valore dei segni protettivi non ha mancato di scivolare nella denuncia del vizio della superstizione che si insinuava nelle forme di pietà più rudimentali, inquinandole dall’interno.

Ma la critica severa dei riformatori intransigenti non poteva oscurare la sostanza da cui erano scaturiti non solo l’impiego della pietra in funzione di esaltazione mariana, ma la stessa invenzione tardomedievale (XV secolo) della preghiera del rosario, nel suo canonico impianto moderno dei tre cicli di quindici misteri intervallati dalle decine recitate in serie litanica. Il rosario era la forma semplificata e resa popolare della liturgia delle ore di chierici e monaci, incentrata sulla rilettura continua dei salmi della Bibbia. In primo luogo per chi non sapeva leggere o non poteva dedicare porzioni estese di tempo alla preghiera, il rosario riconduceva tutto all’essenziale. Era un solco in cui docilmente calarsi per essere aiutati a ripercorrere l’intero arco della vita di Cristo in rapporto a Maria, entrando nel nucleo centrale della storia di salvezza che l’incarnazione di Dio aveva spalancato davanti al destino dell’uomo redento. Si poteva diventare una cosa sola con questa storia prodigiosa solo tramite la lucida consapevolezza della propria memoria, animata e riempita di calore dal vivo affetto di un io riconoscente. 



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