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VIDELA/ Cosa pensare di fronte ai crimini del dittatore "cattolico"?

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Jorge Rafael Videla (Immagine d'archivio)  Jorge Rafael Videla (Immagine d'archivio)

La morte del dittatore, oltre al giudizio storico completo, tuttora in sospeso, del quale sono debitori coloro che, senza distinzione di blocco, furono protagonisti dei fatti, solleva – almeno − due riflessioni ineludibili.

La prima interpella i cristiani cattolici.

Videla si professò sempre cattolico, e lo manifestò pubblicamente, proprio come fecero tanti di coloro che egli perseguitò e fece uccidere.

Inoltre (e questo è il punto) egli cercò di giustificare la sua azione politica e militare con il Vangelo, e almeno dovremmo concedergli di essere stato sincero − più di altri personaggi del “Processo” − nella sua convinzione di aver intrapreso una lotta contro Satana, allora associato o addirittura identificato con la “minaccia marxista”. Videla visse persuaso di aver combattuto una guerra giusta in termini tomisti e di essere un prigioniero politico per volontà divina. Come conciliare questa convinzione con i crimini atroci della dittatura? Si comprende qui perché Giovanni Paolo II fin dall’inizio del suo pontificato, e in particolare della sua missione in America latina, abbia sempre insistito sulla necessità che la fede diventi cultura, cioè criterio di conoscenza e principio di azione di tutto lo sforzo umano.

Una fede, anche sincera, che non diventa cultura è costantemente a rischio di trasformarsi in ideologia. Non è più il Fatto più grande di se stessi con cui confrontarsi e porre in questione tutto ciò che uno crede, pensa e fa, ma semplicemente un dispositivo argometativo su misura per giustificare qualsiasi avventura personale o collettiva di stampo fondamentalista. Una fede ridotta a mera devozione, o anche semplice etica, senza uno spazio reale per il Mistero e separata dalla sicura guida storica della Chiesa − il Successore di Pietro e i Vescovi in piena comunione con lui − è alla mercé dell’interpretazione e della manipolazione.

La seconda riflessione è comune a tutti e ha a che fare con la giustizia, con il senso di giustizia. La morte del dittatore in prigione soddisfa la sete di giustizia di coloro che patirono la tortura e l’esilio, o che ebbero un loro caro “scomparso”, o che per anni videro la loro identità adulterata essendo bambini rubati? Categoricamente no. L’esigenza di giustizia è infinita e inesauribile: la morte del colpevole non è sufficiente, non permette di recuperare nè il tempo nè la vita perduta. Se Videla, che finì per ammettere i crimini commessi dalla dittatura, avesse concluso il suo itinerario umano pentendosi pubblicamente – non sappiamo se l’abbia fatto in privato – della sua condotta, questo sarebbe bastato per riparare il danno provocato? No. Il peccato, il male di cui siamo capaci è un dramma misterioso e incomprensibile, una ferita profonda e aperta che non cessa di sanguinare. Non si hanno giustizia, né perdono, né riconciliazione vera se non si parte da questa evidenza incontestabile.

Come società, gli argentini hanno una lunga strada da percorrere.



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