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LETTURE/ Ci voleva Eschilo per aiutare Prometeo ad avere Giustizia?

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Dirck van Baburen, Prometeo incatenato da Vulcano (1623) (Immagine d'archivio)  Dirck van Baburen, Prometeo incatenato da Vulcano (1623) (Immagine d'archivio)

Risulta molto difficile per la nostra esperienza comprendere come per i Greci il kosmos, cioè l’universo armonico, possa essere nato da una guerra fra dèi, nato cioè da sopraffazioni e rivolte. La nostra idea cristiana di Dio è legata indissolubilmente al Dio trinitario, tre persone unite da un rapporto di amore traboccante. Ma senza tale comprensione, senza l’accettazione stupita e rispettosa di un’idea a noi estranea, sarebbe impossibile cogliere la persistente idea di giustizia che attraversa la cultura greca, soprattutto nell’età arcaico-classica: una possibile giustizia terrena garantita da una realtà sovraterrena ordinata. 

È Esiodo il primo “teologo” del mondo ellenico, il primo sistematore di quel complesso di credenze nate dalla sovrapposizione delle divinità celesti indoeuropee e delle divinità terrestri e sotterranee indigene. Nei suoi versi troviamo violenti racconti di lotte, da cui emerge il regno di Zeus, capo delle generazioni celesti; troviamo però anche una dichiarazione di fiducia nella giustizia divina, a cui si appellano le vittime della disonestà umana perché intervenga a punire. Troviamo infine in differenti versioni la figura di Prometeo: nei secoli successivi avrà diverse riletture e susciterà un interesse inquieto. 

Per origine Prometeo è un dio dell’antica generazione, quella dei Titani perdenti e sopraffatti: più astuto dei suoi consanguinei (con l’approssimazione delle antiche etimologie il nome venne interpretato come “preveggente, previdente”) si allea con Zeus e lo aiuta nella lotta per il potere. Evita quindi, per una scelta che può essere variamente giudicata, la condanna degli altri dèi dell’antica stirpe. Ma nell’epoca remota delle lotte fra dèi gli uomini non sono assenti: vivi della “vita di un giorno”, l’effimera esistenza umana che specialmente li distingue dalle divinità immortali, sembrano destinati all’estinzione. Qui le interpretazioni degli antichi divergono: tale rischio dipende da una debolezza che impedisce loro di difendersi e progredire? o da un errore nella loro  originaria formazione? o da un preciso disegno che intende eliminarli, forse per sostituirli con un’altra stirpe? In ogni caso la condizione degli uomini suscita l’intervento di Prometeo. 

Nelle diverse varianti vi sono degli elementi fissi, secondo la caratteristica di un mito che può modificarsi ma non snaturarsi. L’aiuto è dato contro la volontà di Zeus, l’antico alleato, e consiste in favori e doni sottratti agli esseri più potenti e stabili con l’inganno: incontriamo nei vari autori, Esiodo, Eschilo, Platone ed altri, ora il consiglio di barare nell’offerta al dio ora il furto di  prerogative divine, il fuoco come l’arte politica. Costante è anche la punizione: Prometeo è condannato ad essere incatenato ad una rupe, col fegato divorato da un’aquila, sacra a Zeus. 



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