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PAPA/ Francesco dice no alle ideologie che si "contendono" Oscar Romero

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Oscar Arnulfo Romero (1927-1980) (Immagine d'archivio)  Oscar Arnulfo Romero (1927-1980) (Immagine d'archivio)

Il segnale del cambio di rotta fu il rifiuto opposto dal nuovo arcivescovo all’edificazione proposta dalle famiglie benestanti di un monumentale palazzo vescovile: Romero continuò a risiedere in una stanzetta  presso la sacrestia della cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza. Una scelta in cui non si può non leggere una singolare consonanza con l’attuale decisione di Papa Francesco di mantenere la propria residenza nella semplice sistemazione comunitaria della Domus Sanctae Martae. 

Nondimeno in quella fase fu ancora un gesuita, Ignacio Ellacuria, ad indicargli la sensatezza della cosiddetta “opzione per i poveri”, nel contesto di un paese ammantato di una povertà profonda come El Salvador: di lì, il passo dell’arcivescovo verso un’azione di denuncia esplicita dei gravi comportamenti del regime attraverso la radio diocesana e la commissione per i diritti umani fu breve. Iniziarono così le letture pubbliche al termine delle celebrazioni eucaristiche dei nomi delle vittime per mano del governo riconosciute, altrimenti destinate ad ingrossare le fila di quel muro di omertà rappresentato dai “desaparecidos”. Come ha sottolineato ancora De Giuseppe, forte fu il riscontro anche in Italia di questo nuovo stile di testimonianza diretta, che contagiò intellettuali come La Valle, religiosi come Turoldo e Paoli, uomini di Chiesa come il card. Martini: per una parte dell’associazionismo cattolico la  testimonianza di Romero si può in effetti considerare come  “un punto di non ritorno”, che favorì in particolare un nuovo spirito di cooperazione con il Centro America da parte soprattutto di molti esponenti del cattolicesimo democratico. Ciò, nonostante per una componente significativa del partito cattolico in Italia, o almeno per diversi democristiani, il sacrificio di Romero fu poi vissuto di contro con un certo malcelato imbarazzo, per una sua presunta distonia con le regole della Chiesa.

Un atteggiamento critico che fu proprio, innanzitutto, di una parte significativa dell’episcopato salvadoregno, più ancorato su posizioni conservatrici, e che collaborò al formarsi nell’opinione pubblica di un’immagine postuma di Romero come quella di un presule debole, manipolato dalle correnti rivoluzionarie di sinistra, e soprattutto di contestatore dell’istituzione ecclesiastica dall’interno. Quest’ultimo aspetto dovette avere un impatto particolarmente negativo sulla gerarchia, e lo fece inquadrare spesso nel complesso dei nuovi movimenti contestatari postsessantottini.

In realtà, da un punto di vista dottrinale e teologico,  Romero restò sempre fedele alla tradizionale lettura dell’impalcatura ecclesiastica, e non fu un sostenitore di dottrine “neoprotestanti”, per dirla ad esempio con un’espressione spesso utilizzata in Concilio dal card. Giuseppe Siri nei confronti degli episcopati franco-tedeschi. E non si può d’altro canto ridurre la sua testimonianza a quella del filone ecclesial-ideologico in voga nella sua terra al tempo, quello della teologia della liberazione, perlomeno nella rigida interpretazione di Gutiérrez e Boff, dai quali fu lontano per visione culturale ed esigenze pastorali. 



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