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PAPA/ Francesco dice no alle ideologie che si "contendono" Oscar Romero

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Oscar Arnulfo Romero (1927-1980) (Immagine d'archivio)  Oscar Arnulfo Romero (1927-1980) (Immagine d'archivio)

Romero, al contrario, espresse quella fedeltà alla Chiesa che lo spinse proprio a richiedere a due pontefici, Paolo VI e Giovanni Paolo II, di sostenere la sua linea di condanna dei comportamenti della giunta militare, non ottenendo, però, sempre soddisfazione alle sue richieste. 

Tuttavia non sarebbe giusto per questo nemmeno “normalizzare” il vescovo di San Salvador in un ottica di mera conservazione, perché egli fu un propugnatore del rinnovamento sociale nel suo paese, e la sua azione riconciliatrice a livello nazionale non fu mai un gioco al ribasso, ma il tentativo originale di pervenire ad una sintesi alta delle varie e spesso contrapposte istanze presenti. Si trattava, nella sua azione sociale prima ancora che pastorale, di ricostruire una memoria condivisa attraverso un confronto a viso aperto con le drammatiche fratture prodotte dalla guerra civile, per giungere a fondare la pace sull’esercizio della giustizia sociale. Forse un percorso che per la sua morte a poco più di sessant’anni non gli fu possibile percorrere come desiderava, e che oggi si potrebbe persino in parte avvicinare all’esperienza sudafricana della Truth and Reconcilation Commission post-apartheid (o di alcune esperienze di peacekeeping intraprese negli ultimi anni dall’Irish Interchurch Meeting a Belfast), e che non gli fu propizia di grandi placet per il suo carattere di coraggiosa e indomita denunzia.

Fu il beato Giovanni Paolo II, lo stesso papa che in passato gli aveva rimproverato di non avere mai esplicitamente condannato la teologia della liberazione, a porre inizio ad una lenta rivalutazione di mons. Romero; lo fece rompendo le consegne diplomatiche nella sua visita in San Salvador nel 1983, pretendendo di poter pregare sulla sua tomba e, più avanti nel 1997, facendo aprire la sua causa di beatificazione. Causa che si sarebbe bloccata, apparentemente per “inghippi” di tipo teologico (verificare la necessità di un miracolo come si conviene alle cause fondate su profili personali di santità, in caso egli non fosse stato ucciso in odio alla fede) – in realtà per le suddette perplessità generali sulla sua figura nutrite da molti porporati, e che oggi, con il primo papa gesuita e latino-americano della storia della Chiesa, si sblocca.

Nel suo recente intervento il postulatore della causa, mons. Vincenzo Paglia, nonché presidente del Pontificio Consiglio della Famiglia, pronunciato a Molfetta in occasione della celebrazione per i venti anni dell’uccisione di don Tonino Bello, nell’annunziarne la riapertura ha ricordato la convinzione di Mons. Romero che il Concilio Vaticano II avesse sollecitato tutti i cristiani ad essere martiri per la fede, donando anche la propria vita per testimoniare i propri ideali. 

Forse allora, come ha avuto modo di recente di ricordare lo storico Roberto Morozzo della Rocca, l’elemento più affascinante nella testimonianza di Romero è proprio la sua scelta consapevole del martirio, e per questo particolare attestazione di libertà cristiana la sua figura merita oggi non solo una rivalutazione storica, ma anche l’essere indicata tra i possibili modelli di vita esemplari del cristianesimo del Novecento.  



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