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PAPA/ Francesco dice no alle ideologie che si "contendono" Oscar Romero

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Oscar Arnulfo Romero (1927-1980) (Immagine d'archivio)  Oscar Arnulfo Romero (1927-1980) (Immagine d'archivio)

Il 24 marzo 1980 mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, fu ucciso da un cecchino mentre stava celebrando l’Eucaristia nella cappella di un ospedale della capitale, venendo così “giustiziato” da chi non aveva accettato le sue vibranti critiche ai comportamenti violenti del regime dispotico allora al comando nel suo paese. 

Figura certamente discussa allo stesso interno della Chiesa cattolica, mons. Romero s’immolò consapevolmente per una causa di giustizia sociale e per la difesa dei diritti umani in quella stessa contraddittoria realtà salvadoregna che solo pochi mesi dopo la sua morte sarebbe stata condotta a una lunga e sanguinosa guerra civile: 80mila morti, specialmente tra i contadini, in dieci anni di orrori e sofferenze, recentemente descritti con puntualità da Massimo De Giuseppe in una sua biografia del prelato latino-americano.

Uomo di Chiesa formatosi nella culla intellettuale del clero cattolico, quella Pontificia Università Gregoriana che egli frequentò nel pieno della seconda guerra mondiale, tra il 1937 e il 1942, Romero – una volta rientrato nel suo paese – aveva svolto con umiltà il ruolo di parroco, di segretario del vescovo di San Miguel Machado, per divenire in seguito segretario della conferenza episcopale nazionale. 

Nel 1970 egli era stato poi nominato vescovo ausiliare di San Salvador, affiancando mons. Gonzales, e trovando così modo di distinguersi all’interno dell’episcopato salvadoregno, che allora, almeno in buona parte, stava assumendo posizioni molto progressiste in ambito pastorale e teologico: fu inevitabile per lui, per studi e inclinazione culturale pienamente fedele alla tradizione romana, essere fatto passare per l’ecclesiastico tipicamente conservatore, amico tra l’altro  dell’Opus Dei, e soprattutto avverso o perlomeno impermeabile all’allora pervasiva penetrazione dei modelli sociali e di lotta espressione della teologia della liberazione e dei movimenti di base. 

Fu allora che la sua figura cominciò a suscitare simpatie e antipatie, finendo inevitabilmente per essere amato dall’oligarchia al potere nel paese, e nello stesso tempo disprezzato proprio dai locali padri gesuiti, gli stessi dai quali aveva ottenuto la propria formazione teologica a Roma. Ma si trattò di una fase circoscritta: nominato vescovo della poverissima diocesi di Santiago de Maria nel 1974, Romero visse empaticamente l’esperienza di un popolo tragicamente vessato dalla prepotenza del regime militare, oppresso materialmente e spiritualmente da un comitato di latifondisti che ne sfruttava a proprio vantaggio personale ogni risorsa, lasciandolo spoglio di tutto.

Così, quando il 3 febbraio 1977 fu promosso arcivescovo di San Salvador, egli aveva ormai percorso interamente un itinerario di “conversione”, rivolgendosi decisamente verso le drammatiche esigenze della popolazione, benché una parte della borghesia locale lo volesse ancora vedere come un difensore della propria impostazione culturale. 



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