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LETTURE/ Foscolo, Leopardi, Dante: perché maggio ci delude?

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Infatti, quando Jacopo decide di abbandonare Teresa per dar retta alla ragione anziché al cuore, è subito costretto a contraddirsi: «all’apparir del suo volto ritornano le illusioni, e l’anima mia si trasforma».

Prima di ogni idea sul mondo, «all’apparir del suo volto» il cuore avverte un contraccolpo: è in quel momento che «s’imparadisa nella contemplazione della bellezza». Ecco cosa manca a una «ragione fredda, calcolatrice»: il volto di Teresa. Quando perdiamo di vista un punto attraente, non riusciamo a guardare più niente: per chi, del resto, varrebbe la pena, a quel punto, aprire gli occhi? E così finiamo per blaterare che il cuore è una maledizione, che ci illudiamo inutilmente, perché alla fine non troveremo mai la felicità che desideriamo, tant’è che si muore. Ma tutte queste perle di saggezza possiamo permettercele soltanto in astratto: davanti alla persona che amiamo, non ce la facciamo a sentire che questa è davvero la verità razionale della vita. Ci sono occhi che impediscono alla ragione di girare a vuoto: fosse per quel che pensiamo, saremmo tranquilli nei nostri punti di vista, ma quell’amore riformula il pensiero.

Dentro il suo scintillare accade che le nostre «idee sono più alte e ridenti», il nostro «aspetto più gajo», il nostro «cuore più compassionevole». Non si tratta di un’oasi nel deserto, ma di un fuoco che riaccende la notte, di una dilatazione contagiosa: «Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia». «Sdrajato su la riva del lago de’ cinque fonti», Ortis immagina perfino «le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose», e vede sbucare «con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane»

Esagerato, Foscolo! È troppo vertiginoso seguire il fascino delle cose fino al punto di non controllare più il gioco! Pur di riprendere in mano il pallino, preferiamo abbandonare la scia dell’immenso fenomeno che ci tuffa in mare aperto e introdurre un preconcetto, figlio dei nostri piccoli pensieri. Alla mentalità del suo – e del nostro – tempo basta una parola, terribile, per bombardare questa incontrollabile scoperta: «Illusioni! grida il filosofo». Non è Foscolo a chiamarle così, ma «il filosofo» – la mentalità corrente – a bollarle in tal modo, squalificandole dal recinto della ragione. «Capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi...» «illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza». Prova a togliere la bellezza, la poesia, la pietà, quegli ideali sterminati a cui un cielo stellato o un volto ci spingono: cosa rimane, tranne una noia inutile? 



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