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LETTURE/ Foscolo, Leopardi, Dante: perché maggio ci delude?

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Il sospetto, ciononostante, si affaccia devastante: «all’apparir del vero» non scopriremo forse che «quanto è così immaginato da noi si riduce inevitabilmente a sogno che si dilegua»? A un certo punto se ne convinse anche Ortis: «O illusione! perché quando ne’ miei sogni quest’anima è un paradiso, e Teresa è al mio fianco, e mi sento sospirar su la bocca, e – perché mi trovo poi un vuoto, un vuoto di tomba?». Al culmine iniziale della passione, Teresa era il motivo per cui vivere, fino a occupare l’intero orizzonte e a eclissare le stelle e Dio: «Dio mi diventa incomprensibile; e Teresa mi sta sempre davanti». Ma alla lunga scompare anche lei, e rimangono macerie: «tu mi hai presentata la felicità», grida a Dio, «ma dopo mille speranze ho perduto tutto!». Nell’ultima lettera prima di suicidarsi, tuttavia, Jacopo non poté scacciare il riaccendersi di quella «beata sera! come tu sei stampata nel mio petto!». Se ne ricorda la data: «era la sera de’ 13 Maggio», e «non è passato momento ch’io non mi sia confortato con la ricordanza di quella sera». Per lui, però, era stato un istante evanescente: «Ahi lampo! tu rompi le tenebre, splendi, passi ed accresci il terrore e l’oscurità»

Anche a Leopardi era accaduto un «maggio odoroso»: quello di Silvia. Che però lo tradì anch’esso, quando «all’apparir del vero / tu, misera, cadesti». Maledetto maggio, «quante rose a nascondere un abisso» (Saba)! Come ci inganna, ammantandosi di promesse, irrompendo come il primo sorso dell’eterno, mentre poi si lascia spremere una goccia troppo misera per tutta la sete che ci brucia! Una cosa è certa, però: quel maggio non se ne andava, né per Jacopo né per Leopardi. Tornava, si ostinava a infilarsi fra i pensieri più neri, fra i sistemi più ragionati: «io sto col piè nella fossa; eppure tu anche in questo frangente ritorni».

Boccaccio ci racconta che fu «il primo dì di maggio» che accadde per Dante il momento che non se ne andò più: la donna che «tanto gentile e tanto onesta pare», l’apparir, appunto, di Beatrice, fu il «miracolo». Non un lampo, ma il «lume tra ’l vero e l’intelletto». Dante non si sentì riempito provvisoriamente di belle menzogne, ma fu chiamato a diventare certo, una volta per tutte, della bellezza per cui era venuto al mondo. L’imparadisarsi foscoliano lì successe e durò: perfino Dio gli divenne comprensibile, proprio perché Beatrice gli rimase (quasi) sempre davanti; Dio gli presentò la felicità e Dante non la perse più. Eppure anche a lui capitò come a Jacopo, perché Beatrice come Teresa sposò un altro; e come a Leopardi, perché Beatrice come Silvia morì presto. Ma Dante non si sentì mai tradito da quella promessa. O forse non la tradì mai, continuò ad andarle dietro.



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