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LETTURE/ Quel Buzzati "oscuro" che implora la grazia

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Dino Buzzati (1906-1972) (Immagine d'archivio)  Dino Buzzati (1906-1972) (Immagine d'archivio)

«Distrutto. Ho la febbre / e tremo. Fermo ai piedi / dell’orologio pubblico / sotto la pioggia che cade. / Segnava le sette / quando cominciai ad aspettare / ora le sfere segnano ottanta / centocinquanta, duemila / tre miliardi di ore come massi / di piombo. Io ancora qui / che aspetto e le ore e i giorni / e gli anni. / E tu non vieni, amore».

Questi versi appartengono alla penna di Dino Buzzati, uno dei più grandi autori del Novecento letterario italiano, spesso ridotto ad autore del celebre e noioso (se decontestualizzato) Deserto dei Tartari; ghettizzato dalla critica a causa della pesante e ingenerosa definizione (da lui rifiutata) di «Kafka italiano», di cui invece condivideva solo lo sguardo obliquo e visionario; considerato un brillante scrittore di romanzi e racconti, ma quasi ignorato come autore di elzeviri, articoli di cronaca nera e sportiva, fumetti, teatro, libretti d’opera, quadri e persino ex-voto: nella portentosa versatilità dell’animo artistico di Buzzati vi fu spazio anche per la parola poetica. 

Nei pochi versi citati esplode, quasi colpita al centro, l’alta tensione di tutta la produzione letteraria di Buzzati: un tempo infernale che non si pone come spazio di possibilità, ma come insana e ciclopica categoria della morte, la fedele speranza che sfida la debolezza umana («ho la febbre / e tremo»), l’incrollabile presenza del sentimento dell’attesa di un amore, di “qualcuno che deve venire”. La forma immediata e fulminea della versificazione permette a Buzzati uno scavo di sé all’aria aperta, senza lo scudo o la fortezza dell’invenzione narrativa. La parola poetica aggetta il desiderio e la tensione, agganciandoli e traendoli fuori: quanto pesa, dopo l’incedere quasi rotolante del tempo, il punto fermo di: «E tu non vieni, amore».

Le poesie di Buzzati sono state raccolte e pubblicate dall’editore Neri Pozza nel 1982. Un corpus così ridotto – una quarantina di poesie, tra le quali tre poemetti più sostanziosi – dà luogo a una zona d’ombra della sua produzione letteraria. Ma un motivo c’è, e lo spiega l’autore stesso proprio all’interno di una sua poesia: «Ci siamo intesi al volo? / Come nella vera poesia. / La quale non voglio dire che si trovi qui presente. / Non posso né voglio dire una cosa simile. […]». Buzzati, al contrario di molti prosatori che spesso hanno frequentato la poesia come genere, mantiene un distacco, riconosce la posta in gioco e capisce di non sentirsi all’altezza. Ma di cosa? La riflessione è tutta sul ruolo della letteratura: com’è possibile la poesia, perché non è scontato scrivere versi? L’ispirazione è una grazia, ci risponde Buzzati. Se solo il poeta è capace di «parole misteriose che domani, soccorrendo la grazia, trapaneranno i cuori della gente», possiamo dirci con leggerezza poeti? 



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