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29 MAGGIO 1953/ Everest, il "sentiero" umano e silenzioso di Edmund Hillary

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Edmund Hillary e Tenzing Norkay (Immagine d'archivio)  Edmund Hillary e Tenzing Norkay (Immagine d'archivio)

Si era avvicinato all’avventura fin da ragazzo, quando leggeva molti libri su questi argomenti nelle quattro ore impiegate per andare e tornare da scuola; a causa della sua costituzione fisica pensava di essere inadatto alle imprese che comportavano un impegno fisico finché all’età di sedici anni, durante una vacanza scolastica in montagna, scoprì di essere molto più resistente della maggior parte dei suoi compagni. Cominciò così ad avvicinarsi prima all’escursionismo e quindi all’alpinismo progredendo fino a compiere, invitato da un suo amico guida, la prima ascensione del Monte Cook, il più alto della Nuova Zelanda.

Il resto è storia; l’essere stato il primo a salire sulla vetta della montagna più alta ha certo cambiato l’esistenza di questo tranquillo provinciale figlio di apicoltori, ma non la mentalità. Dopo l’Everest i viaggi, gli inviti  ed i premi si sono susseguiti senza interruzione fino agli ultimi anni della sua vita, ma le cose che lo interessavano erano fondamentalmente tre: la famiglia, gli amici e l’avventura. Tornando dalla spedizione fece scalo a Sidney, dove al conservatorio studiava la sua cara amica  Louise, per chiederle se avesse voluto sposarlo (cosa che accadde e da cui nacquero tre figli); da allora, e per quanto gli impegni e le proposte fossero numerosi, la famiglia occupò sempre il primo posto nelle cose che faceva e appena l’età dei figli lo permise cominciò a fargli conoscere le bellezze del mondo che aveva incontrato, portandoli anche al campo base dell’Everest. 

Louise appare in molte pagine di suoi scritti al fianco di Edmund e la sua presenza è sempre avvertita nei lunghi distacchi durante i viaggi, in una continua ambivalenza tra il restare ed il partire. Hillary aveva un carattere allegro ed affabile ed anche per questo era amato e stimato in tutto il mondo alpinistico, non era certo uno che “se la tirava” e non mancava mai di ricordare che la conquista dell’Everest era stata possibile solo perché ognuno dei partecipanti aveva lavorato per gli altri. I due viaggi compiuti in Himalaya, che allora richiedevano qualche mese di permanenza, lo portarono a conoscere da vicino il popolo Sherpa e a diventare grande amico, oltre che di Tenzing, di molti altri nepalesi. A differenza di altri alpinisti di allora che concentravano le loro attenzioni solo sulla conquista della montagna, situazione peraltro molto diffusa anche oggi, si rese conto della povertà e dell’arretratezza del popolo nepalese; questo lo portò a considerare l’attività alpinistica  non solo come approccio alla montagna ma come occasione per conoscere e approfondire i rapporti con le persone e le tradizioni che incontrava, e lo fece non da colonialista ma considerandosi innanzitutto un amico che desiderava condividere con loro dei momenti di vita.



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