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IDEE/ Da Grillo a Pericle: piccola lezione di finta democrazia

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Più facile passare alla seconda questione. I cinquemila ateniesi che si recavano attivamente in assemblea votavano in base a una propria opinione. Ma come la maturavano? Pericle fu per molti anni il capo indiscusso della fazione democratica, e Tucidide gli attribuisce un celeberrimo discorso che passa alla storia come rappresentazione ideale e compiuta della democrazia. Eppure il giudizio di Tucidide è inequivocabile: «a parole era una democrazia, ma di fatto era il governo di un princeps» (II 65). C’è poco da sofisticare: il testo è un macigno inaggirabile. Il grande storico mette a nudo l’intrinseco connubio tra consenso popolare e guida carismatica: il popolo (il demos – ma abbiamo visto quanto ristretto) esercita la sua sovranità nei limiti entro i quali la costringe la leadership di un capofazione. Solo così si comprende perché il Pericle di Tucidide possa essersi guadagnato la venerazione, nella sua lunga ricezione postuma, ora dei democratici radicali, ora degli antiparlamentaristi.

Onde il problema del consenso. In assemblea i politici prendevano la parola: erano politici in quanto retori, e retori in quanto politici. Dovevano persuadere. Di qui l’elaborazione di una oratoria sofisticata e studiatissima. E di qui anche, nel corso dei secoli, la squalifica ormai pressoché irreversibile a cui è condannata la «retorica», intesa quale arte dell’inganno.

Anche su questo aspetto giova il paragone con l’oggi: gli “utenti” della nostra democrazia (e così pure della webdemocrazia) donde cavano i loro giudizi? Da quale capofazione dipendono? E come si guadagna costui il loro consenso? Aristotele aveva al proposito idee piuttosto chiare, e si sforzava di insegnarle ai suoi allievi. Nella prima pagina della sua opera a ciò appositamente dedicata, dice chiaro che la «retorica» si deve innanzitutto occupare del «pensiero»: è in altri termini una disciplina che dovrebbe misurarsi con il concatenamento logico e consequenziale dei suoi argomenti, non con gli artifici della parola. E deplora in tal senso che tutti i suoi predecessori avessero inteso la retorica come arte della seduzione, destinata a suscitare emozioni (menziona espressamente la collera, l’invidia, la calunnia). Tutto questo – dice Aristotele – non riguarda il pragma, l’oggetto vero della retorica, ma è diretto soltanto alle «passioni dell’anima»: non a descrivere la realtà, ma a influenzare chi la giudica. In tal senso il vero oggetto della retorica dovrebbe essere – e la definizione è memoranda – «il corpo della prova documentale». 

Il vero retore deve persuadere con la forza dei suoi argomenti e l’evidenza delle sue prove. E poiché retore è il politico, retore è il pubblico ministero, retore è l’avvocato, ne deriva che tanto le aule di giustizia quanto le riunioni assembleari dovrebbero essere guidate dalla ricerca della verità probatoria. Di qui la stretta affinità tra discorso giudiziario e discorso politico: con la differenza che il primo mira per sua natura al «passato», perché cerca di ricostruire «ciò che è avvenuto», mentre il secondo mira al «futuro», perché cerca di orientare «ciò che avverrà».

È un vero peccato che i nostri capifazione non leggano Aristotele. Ma ancor più è un peccato che non lo legga il demos: sia esso demo, o webdemo.



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