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STORIA/ Chi erano i polacchi che liberarono l'Italia?

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(Immagine d'archivio)  (Immagine d'archivio)

Da allora, fu tutta una serie di vittorie: dalla presa di Ancona alla liberazione delle Marche e della Romagna, fino all’entrata in Bologna, all’alba del 21 aprile 1945. Battaglie condotte e vinte, tutte, con l’angoscia nel cuore a causa dagli eventi che insanguinavano la loro patria lontana. 

A Varsavia, durante l’insurrezione del luglio ’44 contro i tedeschi, i russi, attestati oltre la Vistola, cioè alle porte della capitale, non solo si erano rifiutati di intervenire in aiuto degli insorti, ma avevano proibito l’atterraggio, oltre le loro linee, degli aerei polacchi giunti dall’Italia con i rifornimenti per gli insorti. Il che aveva causato la morte di molti piloti, rimasti senza carburante e precipitati al suolo. Tutto ciò era stato denunciato duramente dal generale Anders al premier britannico Churchill, che tuttavia non aveva ritenuto di intervenire nei confronti di Stalin. Stesso comportamento era stato tenuto dalla Gran Bretagna nei giorni della scoperta delle fosse di Katyn ad opera dei tedeschi. Nonostante le prove schiaccianti circa la responsabilità sovietica di quel massacro, Churchill aveva finto di credere che l’ecatombe fosse stata opera dei tedeschi. Contrastato duramente, in questo, dal premier polacco in esilio a Londra Wladyslaw Sikorski, da lì a poco misteriosamente precipitato in mare con l’aereo sul quale era in volo, e da allora da molti ritenuto vittima di un attentato voluto dai russi e favorito dagli inglesi.

Il libro di Luciano Garibaldi ricostruisce tutti questi eventi che aiutano a inquadrare il ruolo e la funzione storica dei polacchi nella liberazione dell’Italia. Con capitoli dedicati alle non poche formazioni militari italiane che si batterono, a fianco dei polacchi, per sconfiggere i tedeschi. Tra queste, la 111.a Compagnia dei Pontieri, tra le cui fila combatteva un giovanissimo Mino Pecorelli, e la cosiddetta «banda della Maiella», formata da civili e militari agli ordini del giovane avvocato Ettore Troilo, durissimi combattenti e terrore dei tedeschi.

Un capitolo del libro è dedicato alla ricostruzione degli inevitabili scontri, anche sanguinosi, verificatisi nei mesi del dopoguerra in varie città italiane tra soldati polacchi e partigiani comunisti che sventolavano bandiere rosse con la falce e il martello: un simbolo che non poteva certo piacere a chi aveva subito così tanti soprusi e violenze da parte dei sovietici. 

Il volume si conclude con lo scioglimento del 2° Corpo, voluto dagli inglesi e il trasferimento dei superstiti prima a Londra, poi in varie mete in tutto il mondo. Circa 3mila giovani (in gran parte si erano fidanzati con ragazze italiane) rimasero in Italia iscrivendosi in varie università e dando così vita alla comunità polacca in Italia. Mentre più di 4mila riposano nei quattro cimiteri di guerra polacchi a Bologna, Loreto, Casamassima (Bari) e Montecassino, dov’è sepolto, per sua espressa volontà, anche il generale Wladyslaw Anders, e dove campeggia la celebre scritta: «Hanno dato l’anima a Dio, il cuore alla Polonia, il corpo alla terra italiana».



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COMMENTI
30/05/2013 - Grazie! (Giuseppe Crippa)

Ringrazio il dott. Molteni per averci fatto conoscere un libro contenente informazioni tenute nascoste al grande pubblico dal conformismo della cultura italiana del dopoguerra, che ha coltivato stereotipi quali quello che la lotta al nazismo condotta da Churchill e da Stalin fosse condotta disinteressatamente in favore delle popolazioni delle nazioni occupate, tra le quali l'Italia e proprio la Polonia. In occasione di una visita all’abbazia benedettina di Montecassino ho visitato anche il cimitero polacco e mi sono commosso: quei soldati hanno davvero donato disinteressatamente le loro vite per la libertà di noi italiani!